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DONNE MILITARI?

Una grande conquista femminista…

 

di Lorenzo R.

 

 

Sono nettamente contrario alle donne-militari, ma la questione è articolata e complessa e occorre fare chiarezza.

 E’ vero che, in percentuale, le donne soldato coprono ruoli “di comando" (“ufficiali”) in misura maggiore degli uomini, ma esistono donne nella “truppa” (soldati semplici), eccome. Sia nell’Esercito Italiano che in tutti gli eserciti aperti al “gentil” sesso.

 Il fatto è che le donne sono esentate dal “combattimento” (che non sia esercitato per l’esclusiva “difesa personale”), cioè da quello sgradevole aspetto della vita militare che costituisce peraltro il suo fine ultimo (e per certi aspetti la sua “nobiltà”, perché chi combatte “rischia ciò che il nemico rischia”).

Nessun esercito al mondo (nemmeno quello USA e tantomeno quello israeliano) permette alle donne di coprire ruoli di combattimento.

 Quello USA nel ‘97 (sotto Clinton), ha permesso - molto ipocritamente - l' “accesso” (non lo stazionamento) delle donne alla cosiddetta prima linea... ma NON in ruoli di combattimento! (situazione in sé assurda - che viene infatti sistematicamente evitata).

 In tutti gli altri eserciti del mondo, le donne soldato devono restare fuori dalla linea di combattimento e di rischio (con criteri variabili e complessi da esercito ad esercito).

 Non ci sarebbe nulla di male in ciò (l’idea infatti di avere una donna al mio fianco in battaglia, o una dall’altra parte da dover/poter uccidere, come uomo mi ripugna - ed avrebbe aspetti deleteri anche per altri motivi pratici): in pratica, malgrado le dichiarazioni bellicose ed “emancipate”, le aggressive divise mimetiche ed il posto di prima fila riservato loro nelle parate militari, queste donne soldato sono per lo più delle mere burocrate (furiere, vivandiere, ecc.) delle Forze Armate.

 Teniamo infatti presente che, negli eserciti moderni, per avere un soldato “vero” che spara e combatte ne servono altri nove (almeno) che lo nutrano, lo vestano, lo informano, lo armano, ecc. (dicesi “logistica”).

 Non ci sarebbe nulla di male in sé, ancora, a parte il fatto che prestare la propria opera in un’organizzazione il cui scopo ultimo resta pur sempre “killing the people and destroying the things” senza rischiare - se non in bassissime percentuali - la propria pelle, è il contrario di qualunque etica “guerresca”.

 Cosa che fa inoltre a pugni con la pretesa Femminista per cui “donna è pace” e con la trita (e falsa) affermazione “tutte le guerre sono contro le donne - tutte le donne sono contro la guerra”.

Considerato poi che, in una guerra moderna, si calcola che il numero di morti civili è da 10 a 20 volte superiore a quello dei morti militari (ribaltamento completo di quel che era un tempo), fare il “soldato” nelle retrovie vuol dire stare nel posto più sicuro e confortevole che si possa immaginare in una guerra (il luogo ideale del “vigliacco imboscato”).

 Non ci sarebbe nulla di male, infine, se le gerarchie fossero nettamente separate e fosse impossibile (perché intrinsecamente “immorale”) che una donna dia ordini a un uomo.

 Siamo invece all’assurdo che un’ufficialetta, diventata tale sulla base di nozioni puramente teoriche, grazie a uno standard fisico di accesso più basso di quello maschile, il cui posto le è garantito da rigide “quote” femminili... ordini a un subordinato uomo di fare qualcosa per cui quello possa rischiare la vita!

 E’ tutto assurdamente immorale e scandaloso.

 Di una gravità di cui sembra che pochi si rendano pienamente conto...

 

L. R. – Febbraio 2004

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