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GIUSTIZIA EMPATICA

...sia rosa la Giustizia

 

 

    Su "La Repubblica" di Lunedì 6 settembre c'è un articolo dal titolo "Sofri al femminile" scritto dal Presidente della Associazione Donne Magistrato. Se ben intendo questo articolo, dopo i magistrati organizzati sulla base dell'orientamento politico di appartenenza, ci sono anche magistrati riuniti in associazione sulla base del sesso. Con la differenza che mentre i primi hanno spesso praticato, ma non ancora teorizzato, una giustizia diversa a seconda dell'associazione in cui militano, la Presidente della associazione donne magistrato sembra abbia il coraggio di teorizzarlo.

    Nell'articolo si avvisano gli utenti della giustizia, i cittadini, che c'è una giustizia che sa leggere meglio i "facta concludentia", cioè che sa applicare per abitudine quasi naturale, la teoria del comportamento come fatto giuridico, teoria secondo la quale il comportamento di fatto è il linguaggio decisivo tramite il quale l'innocente o il colpevole comunicano inconsapevolmente la propria innocenza o colpevolezza. La giustizia in grado di leggere per naturale abitudine e quindi in maniera particolarmente fedele questo linguaggio è quella femminile per la semplice ragione che le donne hanno quegli “occhi “altri” che sanno vedere oltre le apparenze".

    Infatti sono gli occhi costituiti dalla sensibilità di una donna, sensibilità “abituata al linguaggio del corpo, dei gesti, dei sussulti, degli scatti, dello sguardo, del pianto e del riso”. E c'è invece una giustizia prevalentemente maschile in qualche modo coincidente con “la concezione tutta maschile della giustizia, che maschera violenza e sopraffazione dietro false questioni di principio” (il Logos?). Gli utenti si regolino nella scelta: c'è una giustizia più giusta, quella femminile, e una giustizia meno giusta, quella maschile. Sofri, per esempio, deve rivolgersi alla prima, quella al femminile, e abbandonare la seconda, la vecchia giustizia; che lo rende “prigioniero di un tenace puntiglio, anch'esso molto maschile, anzi virile, ma violento e assai doloroso”. Pertanto prenda Sofri la carta bollata, lasci femminilmente stare i principi, gabbia violenta e incarognito puntiglio tutto maschile, firmi la richiesta di grazia che gli hanno proposto e metta una pietra sopra la sua maschile pretesa di professarsi innocente.

    Si liberi in nome della sensibilità femminile, guardi le cose con gli occhi delle donne e se ne vada a spasso per i fatti suoi: i "facta concludentia" bastano e avanzano.

    Qualche anno fa, sullo stesso giornale, comparve un articolo in cui la Cassazione annunciava trionfale che in giudizio le lacrime di una donna erano prova a favore della sua testimonianza. Affermazione contestuale alla frequente pratica giurisdizionale, ormai più che decennale, di spedire in galera i maschi sulla parola di una donna e vedere dopo, ammesso che se ne abbia voglia e lo si ritenga utile, che possono dire a loro discolpa. Sempre che non si siano suicidati prima.

    A suo tempo mi sono domandato da dove potessero saltar fuori un'affermazione e una pratica di questo genere. Adesso una possibile risposta ce l'ho: forse alla base c'è questa nuova concezione del diritto basata sulla infallibilità dei sensi femminili, i famosi “occhi “altri”, che sanno cogliere i "facta concludentia", la realtà oggettiva dei fenomeni di rilevanza giuridica. La verità dunque in tribunale sembra non avere più segreti: coincide con quello che sente una donna, testimone, imputato o giudice che sia. Chi avrebbe mai pensato che gli epigoni del grande Giustiniano avrebbero tratto queste conclusioni dalle sue Institutiones.

    Però bisogna saperlo e per saperlo bisogna dirlo a tutti in modo chiaro, e l'articolo in questione è un contributo importante in questa direzione. Grazie dunque: per avere giustizia cercheremo magistrati donna, testimoni donna, avvocati donna. E guai ai maschi che in giudizio hanno contro la parola di una donna. Dopotutto la Giustizia è di sesso femminile.

    Su "La Repubblica" di Lunedì 6 settembre c'è un articolo dal titolo "Sofri al femminile" scritto dal Presidente della Associazione Donne Magistrato. Se ben intendo questo articolo, dopo i magistrati organizzati sulla base dell'orientamento politico di appartenenza, ci sono anche magistrati riuniti in associazione sulla base del sesso. Con la differenza che mentre i primi hanno spesso praticato, ma non ancora teorizzato, una giustizia diversa a seconda dell'associazione in cui militano, la Presidente della associazione donne magistrato sembra abbia il coraggio di teorizzarlo.

    Nell'articolo si avvisano gli utenti della giustizia, i cittadini, che c'è una giustizia che sa leggere meglio i "facta concludentia", cioè che sa applicare per abitudine quasi naturale, la teoria del comportamento come fatto giuridico, teoria secondo la quale il comportamento di fatto è il linguaggio decisivo tramite il quale l'innocente o il colpevole comunicano inconsapevolmente la propria innocenza o colpevolezza. La giustizia in grado di leggere per naturale abitudine e quindi in maniera particolarmente fedele questo linguaggio è quella femminile per la semplice ragione che le donne hanno quegli “occhi “altri” che sanno vedere oltre le apparenze".

    Infatti sono gli occhi costituiti dalla sensibilità di una donna, sensibilità “abituata al linguaggio del corpo, dei gesti, dei sussulti, degli scatti, dello sguardo, del pianto e del riso”. E c'è invece una giustizia prevalentemente maschile in qualche modo coincidente con “la concezione tutta maschile della giustizia, che maschera violenza e sopraffazione dietro false questioni di principio” (il Logos?). Gli utenti si regolino nella scelta: c'è una giustizia più giusta, quella femminile, e una giustizia meno giusta, quella maschile. Sofri, per esempio, deve rivolgersi alla prima, quella al femminile, e abbandonare la seconda, la vecchia giustizia; che lo rende “prigioniero di un tenace puntiglio, anch'esso molto maschile, anzi virile, ma violento e assai doloroso”. Pertanto prenda Sofri la carta bollata, lasci femminilmente stare i principi, gabbia violenta e incarognito puntiglio tutto maschile, firmi la richiesta di grazia che gli hanno proposto e metta una pietra sopra la sua maschile pretesa di professarsi innocente.

    Si liberi in nome della sensibilità femminile, guardi le cose con gli occhi delle donne e se ne vada a spasso per i fatti suoi: i "facta concludentia" bastano e avanzano.

    Qualche anno fa, sullo stesso giornale, comparve un articolo in cui la Cassazione annunciava trionfale che in giudizio le lacrime di una donna erano prova a favore della sua testimonianza. Affermazione contestuale alla frequente pratica giurisdizionale, ormai più che decennale, di spedire in galera i maschi sulla parola di una donna e vedere dopo, ammesso che se ne abbia voglia e lo si ritenga utile, che possono dire a loro discolpa. Sempre che non si siano suicidati prima.

    A suo tempo mi sono domandato da dove potessero saltar fuori un'affermazione e una pratica di questo genere. Adesso una possibile risposta ce l'ho: forse alla base c'è questa nuova concezione del diritto basata sulla infallibilità dei sensi femminili, i famosi “occhi “altri”, che sanno cogliere i "facta concludentia", la realtà oggettiva dei fenomeni di rilevanza giuridica. La verità dunque in tribunale sembra non avere più segreti: coincide con quello che sente una donna, testimone, imputato o giudice che sia. Chi avrebbe mai pensato che gli epigoni del grande Giustiniano avrebbero tratto queste conclusioni dalle sue Institutiones.

    Però bisogna saperlo e per saperlo bisogna dirlo a tutti in modo chiaro, e l'articolo in questione è un contributo importante in questa direzione. Grazie dunque: per avere giustizia cercheremo magistrati donna, testimoni donna, avvocati donna. E guai ai maschi che in giudizio hanno contro la parola di una donna. Dopotutto la Giustizia è di sesso femminile.

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    C. B.

    

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    Al di là di Hammurabi

    

    Le accuse di maschilismo a Sofri fondate sul fatto che non si riconosce colpevole non sono nulla rispetto alla gravità dell'orientamento espresso dalla Canale, la quale con chiarezza estrema - e sorprendente - ha esplicitato e sottoscritto la ragione (sin qui da me ingenuamente irrisa) che i vecchi archibugi maschilisti e misogini opponevano all'ingresso delle femmine in magistratura.

    Dico chiarezza estrema perché il caos espressivo del testo ci illumina sul caos concettuale che lo genera e come è oscuro ed insensato il divagare delle premesse altrettanto chiara ne è la conclusione. Esito inaudito e inquietante perché nascente dal cieco impasto dell'indeterminatezza della Parola: il Chaos nemico del Logos, là finalmente evocato, e non può essere altrimenti, in senso apertamente derogatorio e dileggiante.

    Che finiscano le regole e che ciascuno venga giudicato secondo il sentire femminile. Che sia l'intuizione, l'empatia a decretare colpevolezze ed innocenze. A comminare pene e capestri. Che la Giustizia smetta di essere quella della Legge e delle procedure e si innalzi invece alle sublimità del cuore.

    Si ponga termine all'era nella quale i fatti, e cioè la verità da una parte, e le predeterminate fattispecie, e cioè la Legge dall'altra, costituivano i fondamenti di ogni possibile Giustizia umana.

    Si ponga fine all'era di Hammurabi perché Orwell è alle porte.

    Ci si liberi di quel protocollo che la civiltà ha costruito nel corso di millenni con fatica e tra mille errori ed orrori. Prezzo che i maschi hanno pagato per sottrarre l'umanità alla paura e distinguere la Giustizia dall'arbitrio. Dal delirio dei sentimenti.

    Ma restiamo sereni. I colpevoli certamente si tradiranno con un qualche voltoreato che gli occhi empatici della Donna Liberata sapranno cogliere.

    Verremo giudicati dalle ghiandole perché è giunta l'ora di collocarsi al di sopra della Legge, di liquidare le procedure - lugubri eredità del Patriarcato - affinché la Giustizia possa finalmente andare là dove la porta il cuore.

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    R. B.

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    Giustizia empatica

    

    Mi riferisco all'oscuro articolo della Sig.ra Evelina Canale dal titolo "Sofri al femminile". Se l'Associazione Donne Magistrato non è un organismo parasindacale, devo pensare che il suo scopo sia quello di declinare al femminile il concetto di giustizia, come d'altra parte lascia intendere con chiarezza l'articolo. Come? Sbarazzandosi, sembra, del formalismo giuridico maschile, con le false questioni di principio; con la faticosa nonché fallibile ricerca dell'unica verità giudiziaria possibile, quella dell'oggettività dei fatti.

    Per sostituirla con che cosa? Con la percezione soggettiva (e femminile) dei gesti, del linguaggio del corpo, dello sguardo etc., che saprebbe "Vedere" oltre le apparenze. A me sembra che una giustizia siffatta rappresenterebbe una regressione nel caos e nell'arbitrio, una pietra tombale sul concetto di oggettività della norma giuridica.

    Sarebbe stata giustizia quella che avesse condannato la mamma di Cogne solo per il suo comportamento successivo alla morte del figlio? Che tale concezione venga fatta propria da un magistrato appare di estrema gravità, ma ormai non sorprende più.

    Sotto un altro punto di vista, infatti, è la stessa concezione per cui il concetto di molestia sessuale si dilata a piacimento, sottoposto unicamente alle sensazioni della o del molestato. Così uno sguardo maschile su un corpo femminile (magari scoperto), può essere un reato o un gesto galante unicamente in funzione del giudizio dell'interessata e del suo umore momentaneo.

    Inutile dire che così si distrugge il diritto, semplicemente. Per tornare a Sofri, che ha tutto il diritto di proclamarsi innocente, la verità giudiziaria, uscita da un gran numero di processi è l'unica cui possiamo e dobbiamo attenerci quali che siano le convinzioni personali. La questione della sua libertà, nell'alveo di una concezione non punitiva ma rieducativa della legge, è allora unicamente quella della valutazione della persona Sofri oggi, rispetto a quella dei fatti.

    Tutto il resto non significa nulla, tanto meno le elucubrazioni offensive sulla sopraffazione e la violenza maschili. Sembra proprio che i fatti non insegnino nulla alla Sig.ra Canale.

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    A. E.

 

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Il testo della lettera

SOFRI AL FEMMINILE

La Repubblica - 06/09/04 - p. 14

 

Caro direttore, è passato un altro anno e la questione, posta durante lo scorso rovente Ferragosto da Marco Pannella sulla strada virtuosa di una battaglia per la legalità e, almeno fino ad oggi, risoltasi in una dotta disputa tra costituzionalisti, si è ancora una volta attorcigliata su sé stessa per ritornare al punto da cui era partita tanti anni fa. Cioè: Sofri chieda perdono e chieda la grazia.

Già: chieda perdono. Mi tornano in mente le nozioni fondamentali di diritto che si apprendono al primo anno del corso di laurea in Giurisprudenza studiando le Institutiones Iustinianeae , vi è un passo che riguarda i "facta concludentia", che i giuristi moderni, meno dotati di potere di sintesi, chiamano teoria del comportamento come fatto giuridico" e che percorre trasversalmente tutte le branche del diritto.

In diritto privato è il comportamento complessivo in difetto di una volontà espressa, (ad esempio, se Tizio dà esecuzione ad un contratto annullabile vuol dire che rinuncia alla possibilità di farne valere i vizi). In diritto penale è l'aspetto materiale della condotta, fondamentale per desumere l'atteggiamento della volontà dell'agente, (ad esempio, se Tizio spara un colpo di pistola in direzione di Caio, senza tuttavia raggiungerlo, è chiaro che intendeva ucciderlo). Persino le Pubbliche Amministrazioni sono riconosciute come centro di imputazione di comportamenti e ciò avviene allorché l'oggettivo operare degli organi amministrativi produce conseguenze giuridiche pur in difetto di un provvedimento, (l'interpretazione dei "silenzi" della Pubblica Amministrazione vanta una bibliografia pressoché sterminata).

Per ritornare al caso di Sofri: quanto è giuridicamente rilevante la sua sbandierata proclamazione di innocenza rispetto al suo comportamento, ovvero a quel dispiegamento di energie fisiche, organiche, psichiche e spirituali che lo ha condotto ad entrare volontariamente in un carcere e a rimanervi per i prossimi quattordici anni, (avendone già scontati sette). Sarebbe sproporzionato, anche agli occhi di un osservatore non particolarmente attento, ascrivere tutto ciò alla buona educazione civica del condannato.

Più volte mi sono chiesta se un uomo il quale, anziché fare la valigia per trovare rifugio in una confortevole latitanza, (come sarebbe stata quella di Sofri), faccia la valigia per costituirsi all'Ufficio Matricola della più vicina Casa Circondariale, con il suo comportamento stia dicendo "sono innocente, fatemi uscire" o non piuttosto "sono colpevole, fatemi entrare".

Da un lato l'espressione razionale del "logos", la risentita protesta di innocenza, dall'altro la prosaica quotidianità dei "facta concludentia", il clangore metallico dei ferri. E l'insistente domanda mi è stata suggerita non solo dal mio fiuto di "sbirro" i ma anche dalla mia sensibilità di donna, abituata al linguaggio del corpo, dei gesti, dei sussulti, degli scatti, dello sguardo, del pianto e del riso; cioè di una persona abituata a guardare le cose cori occhi "altri" che sanno vedere oltre le apparenze.

Ma nel caso di Sofri continuano ad avere la meglio gli occhi che non vedono o non vogliono vedere.

Basta pensare all'ondata di indignazione che, durante la scorsa Quaresima, ha bloccato l'iniziativa di carità offerta dall'Arcivescovo di Milano all'uomo, che attraverso quel gesto avrebbe pubblicamente chiesto perdono nella città che lo vide ispiratore e protagonista di troppe, scelleratezze.

Non riesco a soffocare la personale convinzione che tanta caparbietà corrisponda ad una concezione tutta maschile della giustizia, che maschera violenza e sopraffazione dietro false "questioni di principio", la giustizia che esige la carta bollata per manifestarsi.

E', per dirla tutta, la vecchia giustizia di scribi e farisei: e allora prenda la carta bollata Sofri e li sbugiardi tutti.

Ma non lo farà, lui pure prigioniero di un tenace puntiglio, anch'esso molto maschile, anzi virile, ma violento e assai doloroso.

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Evelina Canale - Presidente Associazione Donne Magistrato Italiane

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