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LA SPIRALE NERA

 

Come avviene che il male subìto dagli uomini si ritorca doppiamente contro di loro

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La speranza dell'ascolto

 

Primo Levi scrisse che una delle poche risorse alle quali l'uomo nell'universo concentrazionario ricorreva per sopravvivere era data dall'immagine di quel lontano, sognato momento in cui avrebbe potuto raccontare il male sovrumano che pativa. Che si sapesse, che si conoscesse. Unico ristoro per l'anima violentata e sola possibilità per tutti di inibire per sempre il ritorno dell'orrore.

Diamo per scontato che subendo una qualche forma di male, quale che sia, ci resti aperta la via della parola, del racconto e della denuncia, speranza prima ed esperienza poi che ci consentono di sopportarlo, alleggerirlo e di porvi rimedio.

Amici e famigliari, psicoterapeuti e confessori, e più ancora l'intera comunità, rappresentano quel referente che ci offre un percorso di rigenerazione e di guarigione.

Il presupposto di una tale terapia risanatrice del singolo e della società è dato dall'ascolto che gli altri ci offrono, dalla condivisione della nostra esperienza e dalla comune presa di coscienza delle cause del male.

 

Il disonore del violato

 

Ma esistono anche condizioni collettive nelle quali quel grande rimedio, quella grande consolazione sono impossibili. Ci sono stagioni nelle quali il male patito diventa fonte di vergogna non per chi lo procura, ma per chi lo subisce, epoche in cui le ferite non possono essere mostrate con l'orgoglio del combattente valoroso ma si devono nascondere perché causa di dileggio e di vergogna.

Quando la viltà diventa onore dell'infame e la lealtà disonore del colpito. Le mutilazioni un'onta per il mutilato.

E' sconvolgente ma può accadere.

Ci sono stagioni nelle quali non possiamo parlare del male che ci colpisce perché la comunità ha deciso che di quel male dobbiamo vergognarci. E allora diventa senza confini. Così cadiamo in una disperante oscurità e ci avvitiamo in un'angoscia vertiginosa.

Quella stagione è giunta per gli uomini. L'ha portata il XXI Secolo.

Non vi è oggi per loro sofferenza che non sia ridicolizzata, violazione che non sia benvenuta, esproprio che non sia benedetto, umiliazione che non sia lodata. Non vi è dolore che non sia celebrato, lacerazione che non sia santificata. Non vi è male del quale non siano chiamati a vergognarsi.

Ma non si può credere che sia vero.

Come è possibile che i Padroni del Mondo non abbiano un tribunale cui rivolgersi, un palco da cui parlare? Come è possibile che un'intera Civiltà - la loro Civiltà - ne abbia murato la bocca e rovesci il male che subiscono contro loro stessi?

 

Padri separati

 

Uno dei più grandi mali che gli uomini subiscono in tutto l'Occidente è connesso alla separazione dai loro figli a seguito del divorzio. Smettono di essere padri, decadono dal loro ruolo e diventano dei semplici cash-men.

La relazione che possono mantenere con i figli dipende in tutto e per tutto, compresi i particolari, da quel che vuole la ex. Se lei concede, permette e consente, bene, altrimenti, …bene lo stesso. E' così da Trondheim a Trapani, da Vladivostok a Seattle. Leggi diverse, culture diverse, tribunali diversi: stesso risultato. Senza eccezioni.

Questa condizione è la causa degli impazzimenti che, in via crescente, si manifestano con stragi e assassinii, dentro casa o fuori dai tribunali.

I maschi recitano la parte degli attori di una tragedia che li vede al tempo stesso sicari e vittime. Vittime? Certo, perché nessuno di essi scampa alla conseguente rovina. Molti, compiuta la strage, si suicidano. I più attendono l'arrivo della polizia, o direttamente vi si consegnano, in attesa della sicura condanna.

Nessun maschio sfugge alla rovina dopo aver recitato quella parte.

Ma questo male non viene letto come effetto, manifestazione e simbolo di uno strazio intollerabile; non come conseguenza di cause che finalmente devono essere rimosse.

Al contrario, da qui si trova motivo per segnalare - e quale prova migliore? - la loro indegnità, la loro inattitudine a svolgere quel ruolo che è capitale per essi e centrale per la società.

Così il male che subiscono si ritorce contro di essi due volte. Il loro gesto terribile non viene finalmente riconosciuto per quello che è, sintomo di una patologia collettiva cui deve esser posto termine, ma rivoltato contro l'intero Genere ed usato per confermare l'assunto, la certezza da cui si parte: i maschi non sono degni.

Leggere per credere

 

Comunicato Stampa Telefono Rosa Torino

 

Il recente fatto di cronaca di Casale [un separato assassina la ex fuori dal tribunale - N.d.r.] che ha visto un uomo uccidere la moglie al termine di una udienza per la separazione non fa che allungare la lista degli efferati delitti che colpiscono le coppie italiane.

Con un importante distinguo: però. Che nella maggior parte dei casi gli autori sono uomini e le vittime donne: dato inconfutabile, dimostrato da statistiche giudiziarie, sociali e delle varie associazioni. Non bisogna, a nostro parere, strumentalizzare i fatti per sostenere una legge.

La posizione del Telefono Rosa di Torino è ben chiara: ed è assolutamente critica nei confronti della legge 66 [p. d. L. sull'affido congiunto - N. d. r. ]. Non perché, come associazione di donne, si cerchi di delimitare o peggio annullare i diritti paterni, ma perché l'affido condiviso non è la norma che risolve i problemi. Ci sia però consentito (tenendo conto che la nostra posizione è contenuta in un comunicato stampa diffuso agli organi di informazione) chiarire un fatto essenziale nei confronti dei rappresentanti del Genitori dei Figli Sequestrati. Pur rispettando il legittimo dolore di chi ritiene che i propri diritti siano stati negati (ma per questo, ci sia consentito, le norme attuali consentono ampi margini di manovra - giudici, forze dell'ordine, centri di consulenza) non possiamo tacere un fatto di tutta evidenza e del tutto negato. Non conosciamo nei dettagli la vicenda che ha anticipato il recente fatto di sangue. Però possiamo dire con assoluta certezza che se un uomo si reca da un Giudice con l'intento di far valere i propri diritti, non porta in tasca una pistola. Anzi, dubitiamo della competenza genitoriale di questo padre, che, a quanto pare, avrebbe potuto insegnare al figlio una modalità di soluzione dei problemi che appartiene più al leggendario Far West che ad una società che si ritiene civile. Non si vengano quindi a scomodare diritti negati o dolori paterni: avere con sé un revolver significa aver bene in mente l'idea di poterlo usare. Cosa che è stata fatta e che forse sarebbe diventato uno degli argomenti educativi nei confronti dei figli. Se questa è la paternità che si vuole realizzare, forse è meglio rimanere dove siamo.

Lella Menzio (Presidente Telefono Rosa Torino) - 30/11/2004
 

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