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R. B. su "Le donne: una rivoluzione mai nata" di F. Marchi

 

LE DONNE : UNA RIVOLUZIONE MAI NATA
di Fabrizio Marchi - Mimesis Edizioni - Milano 2007,  Eu 12.00



L’autore va annoverato tra coloro i quali,  non ritenendo la condizione sociale attuale né la migliore né la sola possibile, coltivano la convinzione che il mondo possa e perciò debba venire cambiato secondo un ideale di giustizia ed eguaglianza non disgiunte dalla libertà ma anzi finalizzate alla realizzazione di quest’ultima. La caduta dell’utopia marxista non impone di pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Per l’autore infatti non lo è. Di qui la denuncia di una rivoluzione necessaria di cui promettevano di essere levatrici le donne della postmodernità, quelle emancipate che, liberatesi degli antichi vincoli, avrebbero potuto, e secondo Marchi dovuto, impostare il rapporto con l’altro sesso su basi prive di qualsiasi utilitarismo per fondarlo invece sui parametri della spontaneità, del gioco, dell’eros, dove gli elementi a base delle relazioni e della reciproca valutazione siano l’intelligenza, la simpatia, l’attrazione fisica, la sensibilità. In sintesi quelle “affinità elettive” che oggi si ritiene dovrebbero stare a fondamento dei rapporti  che valutiamo tanto più nobili, profondi e soddisfacenti quanto più lontani da ogni calcolo di utilità materiale e sociale. Quanto più posti al di fuori di ogni strumentalità e privi di secondi fini.

L’uso delle attrattive sessuali come merce di scambio, che a suo tempo trovava motivazione nel fatto che le donne erano sguarnite di ogni altro potere, oggi non ha più alcuna giustificazione ed esse si trovano perciò per la prima volta nella storia nelle condizioni di cambiare la natura stessa della relazione tra i sessi  disincagliandola finalmente dalla palude dell’utilitarismo.

Un simile nuovo modo di impostare la relazione con gli uomini sarebbe in grado di disarticolare l’intera struttura dei rapporti socio-economici e di scardinare gli assi  portanti di un sistema generatore di costrizioni,  alienazioni e sfruttamenti che, pur se diversi nella forma, non sono meno gravi di quelli di altre epoche e sistemi. Tutto ciò, osserva l’autore, non si è verificato. Nulla esse hanno fatto per scompaginare il sistema vigente, anzi ad esso si sono adeguate traendone tutti i possibili vantaggi e chiudendo gli occhi di fronte alle nuove forme di un diverso asservimento.

Di qui la sfida che Marchi lancia alle donne di questo secolo, denunciando con passione la loro diserzione da una storica battaglia  e l’abiura di una pur magnificata promessa. Quasi la sepoltura di un’utopia.  Non si tratterebbe però di una rivoluzione tradita o abortita, ma  semplicemente di un processo mai avviatosi. Le donne insomma sono uscite da una gabbia per entrare, un po’  costrettevi e un po’ complici, direttamente in un’altra. E pare non diano mostra di volerne uscire.

Così l’autore.

Assegnando alle donne una potenzialità rivoluzionaria da giocare sul terreno delle relazioni intersessuali, Marchi afferma implicitamente che in questo ambito sono esse ad avere in mano la carta determinante e vincente. Un potere che evidentemente gli uomini non hanno. E infatti è così.
Non è in mani maschili il potere di dettare le regole del gioco in campo sessuale ed è vicinissima al vero l’affermazione, disincantata, secondo cui “generalmente  le donne non amano gli uomini” ma amano invece i propri figli, mentre il rapporto con gli uomini è “sempre (o quasi sempre) condizionato o comunque di natura strumentale.” Affermazioni di grande rilevanza che suonano ineccepibili, alla luce delle quali diventano ragionevoli alcune considerazioni.

Si pone infatti la questione se tale asimmetria sia di origine naturale, e perciò sostanzialmente immodificabile, o, viceversa, di fonte culturale, esito di una data evoluzione storica, fatto che consentirebbe di pensare ad un possibile pareggiamento di quel cruciale squilibrio, da ottenersi a seguito di una evoluzione culturale diversamente orientata. “Evoluti”, riferito ai cittadini di quest’epoca,  a  tutti noi, è termine che ricorre varie volte nel testo a significare (se non intendiamo male) che l’autore  giudica efficace ed incisivo anche in questi aspetti profondi lo sviluppo culturale dell’umanità.

Siamo dunque al dilemma natura/cultura che qui, però,  può restare irrisolto. Infatti, se la disimmetria è naturale ad essa non vi è rimedio, se non parziale, apparente e superficiale. Se invece è culturalmente plasmabile, bisogna ammettere che potrà venir rimodellata solo a seguito di un riorientamento culturale che richiede però tempi lunghi o lunghissimi e, fatto essenziale, un referente sociale che si faccia promotore, apostolo ed esempio di quella nuova direzione evolutiva. Ma questo nuovo dislocamento presuppone anche l’esistenza di un terreno fertile,  ossia  di un target collettivo che ne possa cogliere il significato e dalla cui promessa possa venir catturato. Insomma una frazione sociale che ravvisi in esso il soddisfacimento dei suoi interessi profondi ed essenziali. L’universo femminile.

Ed è questo il busillis, perché qui - se non ci stiamo ingannando - mancano sia i registi che gli attori. Registe ed attrici, in verità, giacché sia dalla parte attiva che da quella passiva di questa auspicata diversione non posso esservi i maschi, ma solamente le femmine.  Gli uomini infatti, per il principio stesso da cui si parte, non hanno il potere di agire in quel senso e parimenti non sono essi i destinatari diretti di tale operazione,  ma spettatori e beneficiari di un processo che avrebbe dello straordinario: la rinuncia spontanea di una parte al massimo potere che detiene nei confronti dell’altra.
La rinuncia cioè all’uso del potere sessuale nei confronti degli uomini, sacrificio che dovrebbe venir patito, per giunta, non dalla minoranza, ma dalla grande maggioranza (se non proprio dalla totalità) delle donne e ciò in modo capillare e quotidiano. Il tutto a seguito di una gestazione  culturale di lunga durata,  fecondata e gestita dalle donne stesse, o almeno da una loro illuminata élite.
Evento globale che suonerebbe davvero singolare e infatti lo stesso Marchi ne segnala l’altissima improbabilità, giacché comporterebbe dei costi e dei sacrifici che non si vede per quale ragione dovrebbero venir sopportati. Una ragione in realtà ci sarebbe, dice l’autore: la conquista di quella nuova dimensione nei rapporti umani che le nuove condizioni storiche rendono oggi possibile.

Così, mentre noi registriamo amaramente che nessuna aristocrazia di questo pianeta ha mai rinunciato - sua sponte - al  potere, ai privilegi e alle rapine nel nome della giustizia, dell’eguaglianza e della libertà altrui,  un obiettivo tanto elevato, così lontano nelle prospettive, di tanto costo e di così alta immaterialità è lo scenario fascinoso e seducente che viene proposto come sfida alle donne di questo secolo da un uomo che non ha smesso di credere nella possibilità di  un mondo diverso.

Fabrizio Marchi chiama dunque le donne ad un nuovo cimento: non contro gli uomini, ma contro se stesse. Con ciò nessuno oserà dire che le disistimi.

La sfida non sarà raccolta, ma il lavoro di Marchi non è sterile. E’ un bel contributo allo smascheramento di una leggenda, alla caduta di una promessa nella quale, confessiamolo, in molti abbiamo creduto.

R. B.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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