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"Modi bruschi" di F. La Cecla


Commentare un lavoro come quello di F. La Cecla (Modi bruschi - antropologia del maschio  - B. Mondadori) esige un abbassamento delle pretese rispetto a quanto ci si potrebbe pur attendere da parte di chi - per collocazione accademica e prestigio intellettuale - dovrebbe collocarsi all'apice del sapere e della coerenza argomentativa sui temi che affronta.
Non è così.

L'autore va alla ricerca delle varie forme espressive della maschilità in luoghi e tempi diversi, costruendo un percorso che sia di viatico all'obiettivo, dichiarato,di salvarla da chi la vuole curare o negare o manipolare (p. 165). Ma se la meta è lodevole, il percorso invece è tortuoso, erratico, non di rado circolare. Insidiosissimo.
Si passa senza sosta dall'assunzione di verità care alla vulgata femminista, alla loro pronta correzione/negazione. Dalla condanna palese all'apprezzamento implicito di questo o quel tratto delle diverse identità maschili storicamente date (o descritte in letteratura e nelle arti).

Non appare mai chiara la distinzione tra la maschilità positiva e quella da rigettare, tra il suo nucleo essenziale e le superfetazioni (per lo più aberranti) che l'hanno espressa, deformata, alterata. Tra la forma e le deformità. Tra ciò che si deve salvare e ciò che va condannato della maschilità, al punto che gli stessi "modi bruschi" ("Una categoria dell'eccesso" - pag. 34) stanno sospesi nell'ambiguità della valutazione.
La maggior parte delle esemplificazioni portate rappresenta una epifenomenologia del maschile che appare - alle luce della nostra sensibilità - caricaturale se non addirittura deforme, anacronistica se non semplicemente impresentabile.
Resta quasi del tutto inevasa la domanda se possa esistere una maschilità degna e prestigiosa e quali forme espressive possa/debba assumere.
Ma su tutto grava la contraddizione insanabile tra il dichiarato obiettivo di salvare/rigenerare la maschilità e l'affermazione che non ha un referente naturale (p. 28)  In tal modo vengono erosi i fondamenti stessi di ciò che potrebbe/dovrebbe caratterizzarla. Negata la natura, non si vede perché i "modi bruschi" non possano esser fatti propri dalle femmine.

Tutto ambiguo dunque? Tutto da criticare?

No, perché il significato di un simile lavoro deve venir valutato sugli effetti che può produrre sul lettore medio il quale non sa nulla di Questione Maschile e ignora totalmente le acquisizioni del movimento maschile internazionale, solo alla luce delle quali l'opera tradisce i limiti detti.
A quest'altro livello invece il testo ha certamente una sua utilità. Esso, tra esemplificazioni e riflessioni, metafore e aneddoti, colloca il lettore dinanzi ad uno specchio del suo esser uomo, dalle cui varie sfaccettature può cogliere diversi tratti del modo di essere maschile, nel presente e nel recente passato. E questo incontro è inevitabilmente positivo, perché rompe il silenzio degli uomini su se stessi.
Offre immagini evocative e spunti di riflessione. Si colloca nell'alveo della nuova letteratura sul maschile che nasce dalla percezione, sia pur vaga e confusa, della condizione degli uomini in questa stagione e cerca di porvi rimedio.

R. B.


 

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