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Il silenzio

Non si può dire che oggi si abbiano molte occasioni per stare in silenzio. La maggior parte delle persone -specie se donne- non apprezza né cerca momenti di silenzio. Anzi, nelle rare occasioni in cui il turbinio della vita quotidiana si smorza, e vengono lasciati dei vuoti nella trama del nostro tempo perfettamente organizzato, ci si affretta a scacciare l’ospite indesiderato: ricorriamo a qualche apparecchio elettronico che ci “distrae” e ci “intrattiene”. Poi l’atteggiamento taciturno in genere non è visto molto bene: è inquietante, suggerisce tendenze asociali e misantropia, isolamento dal mondo, fino alla possibilità estrema dell’autismo.

Ma questo silenzio non è il solo possibile: esiste anche quello di chi si ferma a guardare le stelle o le onde nel mare, dell’artigiano che costruisce la sua opera, di chi legge un libro senza fretta sorseggiando una birra, o di chi raccoglie le sue forze e si prepara interiormente per una sfida. Questi silenzi non indicano il buio nella mente ma l’esatto contrario: la volontà di raggiungere una maggiore chiarezza di sguardo, di ascoltare le armoniche più sottili, il desiderio di vivere mettendo in gioco tutto il proprio essere.

E cosa è il contrario del silenzio? La chiacchiera. Che è femmina. Questo e un dato di fatto, tratto dall’esperienza comune di vita in tutte le epoche dell’umanità. Il gusto per la chiacchiera è femmina. E il gusto per il silenzio è maschio. Ognuno che abbia a fare con donne sa questo, e le donne stesse per prime… si tratta di osservazioni banali ma non superflue, dal momento che anche i più semplici ed evidenti dati dell’esperienza vengono chiamati “pregiudizi” ogni qualvolta non si conformano ai pregiudizi -questi sì- della cultura dominante.

Queste considerazioni cominciano a farci capire i motivi per cui, se vogliamo  vivere pienamente la nostra identità di uomini, dobbiamo recuperare il silenzio, che questa società orientata in modo ginecocratico odia.

Che cosa è infatti tutta la società dello spettacolo e il circo dei mass-media se non un’immensa chiacchiera? Programmi televisivi 24 ore al giorno, centinaia di canali… l’importante è riempire ogni spazio, ogni momento. Anche con sciocchezze, come nei talk-show, espressione orribile ma onesta che esprime in modo trasparente la natura di tutto questo sistema. Ci si va per parlare -verbo intransitivo- non per dire qualcosa. Ciò di cui si parla non ha importanza. Ogni mezzo viene adoperato, quasi con accanimento, per evitare che uno rimanga da solo con se stesso: schermi e altoparlanti che ti propinano pubblicità e musichette dappertutto, nella metropolitana, per strada; libri usa e getta per un piccolo viaggio in treno… non dobbiamo essere mai costretti a un istante di raccoglimento, anzi veniamo incoraggiati a non farlo mai.

Questa mancanza di silenzio, questa atmosfera artificiale fatta di parole, immagini e mille voci che non dicono nulla, sarà anche congeniale alla donna moderna, ma per l’uomo è puro veleno.

Infatti è solo nel silenzio che l’uomo può fare una serie di cose essenziali per lui in quanto uomo. Interrogare sé stesso sulla coerenza tra la propria azione ed il proprio essere. Riflettere in modo che le sue parole e le sue opere siano espressione di una sovranità interiore, invece di essere schiavo di reazioni automatiche e umori cangianti. Mantenere il senso di sé in mezzo alle correnti caotiche di sensazioni, pulsioni e stati d’animo. Avere un atteggiamento di dignità e padronanza. Tutti questi sono ideali maschili validi ora come sempre. A prescindere dalla loro effettiva realizzazione nei casi concreti, condizionata da mille fattori.

Silenzio è infine misura e sobrietà nell’uso della parola, l’atteggiamento di chi adopera il linguaggio per trasmettere un concetto o un punto di vista, ma non come strumento per  sedurre, affascinare o mettersi in mostra. Seduzione, fascino e vanità sono cose da donne; in loro stanno bene e le vogliamo. Ma non appartengono al nostro modo di essere.


M. Jiménez

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