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Il dono

Il maschio e il dono di sé

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Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco.

Il dono maschile non è buonismo,  non è corrispondere ad aspettative altrui, non è autogratificazione narcisistica. Sfido chiunque a sostenere che un uomo che si getta nel mare in tempesta o affronta il fuoco per trarre in salvo una donna o un bambino lo faccia per narcisismo o per sentirsi buono. Lo fa e basta, senza calcolare le conseguenze (altrimenti non lo farebbe).  Non si interroga, prima di agire, se stia facendo un dono o no. Questo non sarebbe già più un dono ma un’azione ragionata.  Un uomo lo fa  perché sente (sente, non sa), che è conforme alla sua natura.

In questo senso il dono  è manifestazione di energia libidica che il maschio riversa nella comunità in cui vive, è eccedenza, è  “lusso”.  Di questa attitudine maschile esistono esempi nel tempo e nello spazio non a migliaia, ma a milioni.  Ne ricordo solo due per tutti.

I vigili del fuoco di Cernobyl che entrarono nel reattore nucleare in fiamme, consapevoli che l’unica loro ricompensa sarebbe stata la morte, e quelli delle Twin Towers che salvarono vite su vite a prezzo delle proprie. Ho fatto questi due esempi non casualmente. L’uno avvenne nell’Unione Sovietica comunista, l’altro nel cuore del capitalismo, a dimostrazione che essere maschi non dipende dall’ideologia o dalle strutture sociali in cui si vive, ma è qualcosa di originario, archetipico, che nasce da dentro e vive dentro il maschio.

Ed è anche ciò che lo caratterizza e differenzia dalla femmina, la quale si distingue piuttosto per la protettività verso la prole. Una femmina si sacrifica  per suo figlio, un maschio  anche per i figli altrui. In questa differenza attitudinale si ripropone, d’altronde, la differenza inscritta nei corpi.

L’energia fallica maschile è proiettata verso l’esterno, l’energia femminile verso l’interno. 

Non sempre i singoli individui corrispondono pienamente ai caratteri specifici del proprio genere, e  non si tratta di  compilare pagelle di “istinto donativo” maschile (o femminile), perché tanti sono i fattori, personali, sociali, culturali, che influiscono e spingono il maschio o la femmina a vivere secondo le proprie ancestrali pulsioni o a contraddirle, ed ogni giudizio sui singoli finirebbe per scadere in moralismo a buon mercato.

E’ però innegabile che l’insieme di pulsioni, istinti, percezioni del mondo e delle cose, connotino una profonda diversità  fra uomini e donne.   Sono convinto che questa diversità sia un valore prezioso da conservare ad ogni costo, e dunque contro tutte le concezioni che prescindono dalle differenze di genere, le giudicano negative e comunque superate o superabili.

Fermo il rispetto per la sfera esistenziale di ciascuno, è però vero che quando parliamo dell’esistenza di una Questione Maschile, diamo per  implicito  che esista qualcosa che accomuna tutti gli  uomini al di là della struttura corporea. Ed è altrettanto implicito che stiamo vivendo un tempo in cui percepiamo che il valore degli uomini non solo non è riconosciuto, ma  è anzi  azzerato o addirittura disprezzato.

Riscoprirlo, imporlo come diritto ad esistere in quanto maschi è uno dei compiti (titanici) che si sono dati i movimenti   degli uomini. Ma credo anche che saremo destinati alla sconfitta se prima di imporlo all’esterno, gli uomini non lo avranno riscoperto dentro se stessi, per se stessi,  ossia se non percepiranno  di “valere”.  E questa percezione non può esserci a livello profondo se l’uomo non sente di vivere secondo la propria natura di maschio, di cui il dono di sé, o in altri termini la sua proiezione verso il bene e la difesa della comunità,  è parte integrante. Certo, si può credersi soddisfatti anche vivendo secondo i canoni culturali oggi dominanti, ma si tratta di illusione destinata a cadere, prima o poi. E soprattutto non è questa, secondo me, la strada perché il valore maschile sia di nuovo riconosciuto anche socialmente.

In certo senso si può dire che il maschio è “condannato”, se vuole essere in sintonia con se stesso, a sentirsi investito della responsabilità del bene della comunità in cui vive, e quindi anche delle donne. D’altronde questa condanna vale, per altri aspetti, anche per loro. La nostra polemica col femminismo che disprezza, colpevolizza, e vuole azzerare gli uomini non potrebbe essere più dura e ferma. Ma sappiamo anche che quando avesse ottenuto i suoi scopi, ciò  non farebbe la felicità del genere femminile, ma solo quella, peraltro effimera, delle sue leaders.  Un solo esempio, ma molti altri se ne potrebbero fare: di fronte a centinaia di migliaia di aborti, le donne non possono non  percepire, magari in modo confuso e contraddittorio,  che si tratta di un male oscuro che erode  il proprio valore prima di tutto di fronte a se stesse,  e  destinato a renderle infelici perché contraddice la loro pulsione alla maternità. 

E’  la follia della nostra epoca,  che spinge uomini e donne  a vivere“contro natura” e avvelena i rapporti fra i generi.

A. Ermini - dic.  07

 

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