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Giornata antiviolenza: un altro giro di vite

 


Si celebra il 25 prossimo la giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne. Che la violenza e la sopraffazione escano finalmente dal mondo non è solo un auspicio, è un imperativo morale per tutti gli umani degni di questo nome. Ci impegna nei nostri comportamenti quotidiani come nelle nostre scelte ideali e politiche. Se a questo si viene meno si diventa correi. Non si vede dunque da quale punto di vista si possa, neanche lontanamente, pensare di muovere critiche ad una simile iniziativa.

Si dice infatti che muoiono più donne per mano maschile che per ogni altra causa, almeno tra i sedici e i sessant'anni. Lo “si sa” perché lo dicono i media e lo confermano associazioni femminili e fonti maschili di ogni orientamento. Tutti concordano. E' un dato raccapricciante che suscita sgomento.

Così, allo scopo di renderci ben conto di questa verità, siamo andati a vedere i dati sui morti per fasce d'età e sesso e abbiamo scoperto, esterrefatti, che in quella fascia muoiono in Italia ogni anno circa 18.000 donne, mentre quelle assassinate sono 100.

E' incredibile ma è così: cento contro diciottomila. Si vuol dire dunque che il primo è un numero più grande del secondo.

Cosa sta accadendo? Un colossale granchio collettivo? Un folp di massa? Come è possibile che solo noi scopriamo questa assurdità? E’ forse mancato agli altri il tempo e il modo di controllare i dati?  Da dove può venire una simile follia, che effetti può provocare, a che scopo mira chi la diffonde? Sembrano domande lecite.

Poi ci ricordiamo che simili stravolgimenti non sono nuovi e che anzi si ripetono costantemente. Che tutti i dati sulla violenza maschile vengono moltiplicati per dieci, per cento e per mille. E così è da decenni. “Si sa” che le donne assassinate nel mondo sono sessanta milioni ogni anno. Più della somma di tutti gli esseri umani - uomini compresi - che ogni anno muoiono. Lo “calcolò” l'Unicef e nessuno osservò che ciò è impossibile ad essere. Eppure anche questa verità impossibile è stata giurata e creduta.

Questi sono dunque i dati di quella violenza che a suo tempo si sarebbe definita "maschilista" ma che ormai viene qualificata direttamente come maschile, senza giri di parole, senza restrizioni. Quella violenza a combattere la quale è dedicato il 25 novembre. Come tutti noi dovremmo credere.

Ma noi non lo crediamo. Noi non crediamo allo scopo proclamato, perché sappiamo che quella sedicente "lotta alla violenza maschile" non tocca minimamente né gli stupratori né gli assassini. Nemmeno lambisce i criminali. Sappiamo invece che vilipendia i giusti, che umilia gli onesti, che ferisce i leali, che oltraggia i Cavalieri. Sappiamo che non migliora i peggiori ma che distrugge i migliori.

Che quella non è una giornata contro il crimine, ma un giorno di criminalizzazione, di dannazione morale di un intero Genere. Che evoca l’autodisprezzo nelle nuove generazioni maschili e suscita l’odio in quelle femminili. Lo si voglia o meno.

Il 25 novembre non è una giornata a favore delle donne, è un'altra tappa della guerra morale contro gli uomini. Un altro giro di vite.

E' ora di porre fine alla criminalizzazione dei maschi.

E' davvero giunta l'ora.

R. B.

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