Una cosa da nulla...
CAMPAGNA PERMANENTE PER LA TRASFORMAZIONE DEL NOME DEGLI ORGANISMI " DI PARITA' da Comitati per le 'Pari Opportunità' in Comitati dei Diritti Femminili Una campagna finalizzata a trasformare il nome del Ministero per le pari opportunità, degli Assessorati per le pari opportunità, di tutti i Comitati e le Commissioni per le pari opportunità e delle Consigliere di parità in altrettanti: Ministero dei Diritti Femminili, Assessorati dei Diritti Femminili, Commissioni dei Diritti Femminili e Consigliere dei Diritti Femminili. Questo è il loro vero nome, il solo che ad essi competa, l’unico che risponda alla verità dei fatti ed alla logica elementare di ogni conflitto Una cosa da nulla? I maschi per primi obiettano che si tratta di una cosa da nulla, che non comporta nulla, che non significa nulla. Sembra una grande obiezione. Ma se le cose stessero in questo modo, se si trattasse veramente di una quisquilia, allora l’obiettivo verrebbe certo raggiunto facilmente e senza obiezioni. Con una bella letterina al Ministero per le Pari Opportunità si otterrebbe immediatamente questo banale adeguamento e con esso la fine di questa pluridecennale mistificazione, di questa oltraggiosa impostura. Qualcuno pensa che sarà così? Se l’assunzione del nome degno e vero fosse cosa di poco conto quei comitati se lo sarebbero assegnato sin dall’origine, se una simile falsificazione fosse frutto di una distrazione, di un banale errore, allora il rimedio sarebbe stato trovato da tempo e non si capirebbe poi perché mai in tutto l’Occidente quegli organismi portino ovunque il medesimo nome che ne dissimula natura e finalità. Ovunque e ripetutamente lo stesso "errore"? Se questa mascheratura, questa dissimulazione della verità fosse inutile e priva di effetti, troveremmo immediata e pronta adesione. Ma non possiamo fingerci tanto ingenui. Se assegnargli il vero nome è cosa da nulla perché già ora non lo portano? Adesso ci accorgiamo che la questione del nome deve avere una qualche importanza e che un tale "stupido" obiettivo non è roba di poco conto, anzi, c'è da sospettare che quella denominazione sia tutto fuorché innocua e innocente come si vorrebbe far credere. La battaglia per la trasformazione del nome dei comitati non sarà né agevole né breve e la stessa resistenza a modificarlo sarà la prova provata che la cosa è importante, molto importante. E' importante per il femminismo che quel nome resti quale è e quindi è importante per noi che esso cambi, che cambi nella direzione che noi vogliamo e che cambi in quanto noi lo vogliamo, noi lo imponiamo. Perché è importante La denominazione corretta "Comitati per i diritti femminili" è importante: - perché delegittima e scredita immediatamente ogni pretesa di oggettività e incrina il principio dell’obiettività femminile fondato sulla "naturale empatia" delle donne, principio che sta alla base di quella proditoria pretesa. - perché manifesta con chiarezza la necessità di creare contro-comitati che si occupino delle ragioni e dei diritti degli uomini, o, viceversa, l’opportunità della pura e semplice soppressione dei ministeri, degli assessorati e degli organismi istituzionali oggi esistenti a tutela delle ragioni di una parte contro l’altra. - perché può finalmente essere letta in filigrana nel suo significato più profondo: Comitati per i diritti femminili = Comitati per i doveri maschili, giacché non possono esistere diritti per qualcuno senza altrettanti doveri per qualcun altro. - perché in tal modo viene recisa di netto l’attesa maschile di poter ottenere da essi organi appoggio, difesa e sostegno. Nessuno infatti è tanto babbeo da aspettarsi la difesa dei suoi diritti da parte di organismi votati ad imporgli doveri. Nessun uomo penserà mai di andare da un "Comitato dei doveri maschili" a mendicare alcunché, né presenterà ad esso richiesta di diventarne "interlocutore ufficiale", né chiederà di esserne "accreditato". Perché è molto importante Quelle sopraelencate sono ragioni che rendono importante quella vittoria in quanto ne rappresentano per così dire i contenuti. Ma questa campagna lo sarebbe anche se la vittoria non comportasse alcuno dei risultati elencati, anche se si trattasse di conquistare una fortezza vuota, anche se la vittoria fosse senza contenuti, purché vittoria sia. La ragione è questa: in una guerra morale non importa quale punto del fronte sia sfondato né dove il nemico venga sconfitto, quel che importa è che subisca la prima sconfitta. Al di là dei contenuti, importante è la vittoria in se stessa, la quale, nel conflitto tra i sessi, corrisponde all’imposizione di un proprio valore, all’imposizione della propria volontà, quale che sia, anche senza alcun risvolto materiale (quelli vengono dopo e spontaneamente). Nella scelta di un abito nuovo non mi curo del suo colore perché ciò mi è del tutto indifferente e qualsiasi soluzione mi va bene. Ma se qualcuno vuole impormi di scegliere un determinato colore (quale che sia) allora, se io cedo, divento moralmente dipendente da lui perché subisco la sua volontà ed è precisamente in quel momento che il colore del vestito (che in sé mi è indifferente) diventa importante: io sono libero se e solo se rifiuto di acquistarlo del colore che mi viene imposto. Esattamente quel che gli uomini sin qui non hanno saputo fare. Perciò è irrilevante il colore dell’abito che scelgo, quel che importa è che sia diverso da quello che mi si vuole imporre. Nel caso del nome dei comitati noi rifiutiamo il colore della menzogna ed imponiamo quello della verità, imponiamo cioè la nostra volontà. Sottigliezza metafisica? Sembra una "sottigliezza metafisica" di manzoniana memoria, ma di queste "sottigliezze" è costellata la guerra dei sessi. Un esempio: in Italia il linguaggio inclusivo (quello che non distingue tra i sessi) viene bollato come sessista e viene quindi "promosso" (cioè imposto) quello disgiuntivo (quello che distingue tra i due, come nel caso di "Statuto delle studentesse e degli studenti" o, per non andar lontani, "Le consigliere e i consiglieri di parità" come recita il Dlgs 196/2000 che li ha istituiti - vedi qui <01_delegittimazione.html>). Negli USA invece avviene esattamente il contrario. Come è possibile? Cosa significa un simile fatto? Significa che non è importante il tipo di vocabolario che viene usato, quel che importa è che venga adottato quello imposto dal femminismo, non è importante il contenuto dell’imposizione ma l'imposizione in se stessa. Quello tra i sessi è un conflitto morale dove la sola cosa che conta è, oggi, la collocazione della volontà femminile al di sopra di quella maschile e per far ciò, per confermare ciò, è irrilevante il contenuto di qualsiasi imposizione. Non è importante cosa le donne occidentali vogliano, importante è che sia fatto, detto e pensato ciò che esse vogliono: "What women want", questa è la Legge. Dove gli uomini portano il cappello non devono portarlo, dove invece non lo portano lo devono portare. Non è importante che lo portino o meno, è importante solamente che subiscano la volontà femminile, ossia che pieghino la testa. Dunque non è importante il contenuto dell’imposizione ma l’imposizione stessa, perciò, specularmente, la campagna per la trasformazione del nome dei comitati sarebbe importantissima anche se fosse priva di effetti collaterali, che pure ci sono e sono importanti. Ma non si tratta di una "richiesta" perché non è una istanza cui qualcuno/a possa/debba accondiscendere, è una imposizione e come tale va dichiarata. In guerra non si chiede, si impone. Tutti devono perciò percepire chiaramente che si tratta di una campagna di imposizione della volontà maschile ("What men want" per capirci) tutti e tutte devono sentire che il futuro cedimento (che prima o poi verrà inevitabilmente) sarà una sconfitta della volontà femminista, del potere femminista e dell'etica femminista. Tutti i difensori palesi e occulti della denominazione attuale sono dunque difensori della mistificazione e della menzogna manipolatrice del femminismo e come tali vanno bollati, definiti e denunciati. Perché questo punto del fronte? What men want! I punti del fronte morale contro cui aprire le ostilità sono molti, e perché mai allora scegliere proprio questo dove vincere non comporta né vantaggi materiali né la conquista di alcun diritto? Prima ragione: è un punto debolissimo del fronte avverso perché l’impostura rappresentata da quella mistificante denominazione è evidente agli occhi di quasi tutti gli uomini e persino di molte donne. Si tratta di una posizione che il femminismo può difendere solo con grande imbarazzo, con estrema difficoltà. E’ un suo punto debole di comune evidenza. La seconda ragione è data proprio dal fatto che non si tratta di una conquista materiale, non ci sono di mezzo diritti, è un fatto puramente immateriale, etico, e questo rende chiaro a tutti che Uomini3000 non si occupa dei diritti ma della forza morale, cioè semplicemente della forza. I diritti sono i frutti mentre la forza morale è la pianta. Una volta cresciuta e divenuta grande e robusta, la pianta (ossia la forza) produrrà da sola i frutti (i diritti) che cadranno uno dopo l’altro come pere mature nel canestro delle generazioni maschili future. La terza ragione risiede ancora nel fatto che, non riguardando potere o denaro, un tale obiettivo rende impossibile al femminismo ogni controaccusa, ogni uso del principio di "compensazione", ogni giustificazione. Il femminismo qui è disarmato, spiazzato, impotente. La quarta ragione è data dal fatto che qui non si tratta di un racconto dell’esperienza maschile (che verrebbe subito negata) non si parla di bisogni maschili (che verrebbero subito degradati ed irrisi) non si parla di dati storici o statistici (che verrebbero subito usati contro gli uomini) si tratta semplicemente dell’imposizione di una volontà, perciò la questione vero/falso non si pone, non esiste. La volontà può essere solo contrastata o subita. Il femminismo subirà la nostra volontà. La quinta ragione consiste nel fatto che si incomincia così a fare chiarezza nella visione delle cose, separazione tra le due interpretazioni del mondo, divisione tra le due diverse esperienze della vita (e dello stesso conflitto tra i sessi). Si incomincia sottraendo gli uomini dall’inganno di una "comunione di intenti" che non può esistere e si avvia lo sganciamento da quell' abbraccio psicologico (l’eterna pulsione femminile all'inglobamento, alla ‘fusione’) che catturandoli, confonde la loro percezione delle cose ed oscura la loro coscienza. Sorprendente (e favorevole) paradosso La vittoria su questo punto del fronte è sicura, ma quel che è interessante è che non ha importanza il quando avverrà. Giunga essa presto o tardi ciò è del tutto indifferente. Anzi, si può quasi dire che più tardi arriva e meglio è perché questa campagna ci permetterà di agganciare un numero crescente di uomini, di infrangere - a livello di massa - il tabù della lotta contro il femminismo e per arrivare alla massa ci vuole tempo. Nessun maschio può trovarsi veramente in disaccordo su un simile tema e questo ci permette di catturalo alle nostre ragioni - che sono sue in quanto maschio - ci permette di incrinare quel diaframma che impedisce agli uomini di pensare che qualcosa può essere fatto per fermare il dilagare di questa ondata che tutto travolge e che sembra onnipotente. Perciò, paradossalmente, tanto più tardi e tanto meglio. Sarebbe una vera iattura se il nemico ci consegnasse questo bunker da subito, o - peggio - spontaneamente, capendo che, alla lunga, è indifendibile. Possiamo stare tranquilli, non accadrà. Dio rende ciechi coloro che vuol perdere e lucidi quelli che vuol salvare. Chi ha detto che non sta dalla nostra parte?
BOTTA E RISPOSTA D. "Voi dunque chiedete la trasformazione della denominazione degli organismi di parità". R. "Noi non 'chiediamo' , noi la vogliamo e la imponiamo". D. "Per imporre qualcosa bisogna averne la forza. Voi pensate di averla?" R. "La nostra forza risiede nell'impossibilità per chiunque di difendere quel nome mistificatorio. Nessuno ha alcun titolo, nessuno può mettere in campo alcuna ragione per difenderlo, l'unica "ragione" è l'interesse del femminismo a perpetuare un'utile menzogna, una interessata impostura". D. "Non vi sembra una sciocchezza? Che importanza può avere un nome al posto di un altro?" R. "Siamo noi a decidere cosa sia e cosa non sia importante per gli uomini e noi abbiamo deciso che questo è importante". D. "Comunque rimane pur sempre un dettaglio senza gran valore, senza effetti". R. "Se si tratta di un dettaglio senza valore perché tanta resistenza? Perché non lo si è già ottenuto? Perché quegli organismi non portano da sempre il solo nome che ad essi competa: Comitati dei Diritti Femminili? Quanto agli effetti, noi sappiamo quali siano, e chi oggi non li vede o finge di non vederli perché li teme, li vedrà domani". D. "In cosa risiederebbe l’importanza di un simile cambiamento?" R. "Noi sappiamo dove risieda e tanto basta, ma se anche non lo sapessimo questo sarebbe un problema nostro, non vostro. Il vostro problema è che non avete strumenti per difendere quell’impostura, quella mistificazione che sembra cosa da nulla ma che evidentemente non è né innocente né innocua". D. "Cosa potrebbe significare una simile eventuale vittoria nell’ambito della guerra dei sessi?" R. "Non si tratterebbe di una cosiddetta "conquista comune" ma di una vittoria maschile contro il femminismo. Con essa il femminismo avrà subito per la prima volta la nostra volontà, la volontà femminista sarà stata sconfitta e l’era del femminismo in Italia avrà incominciato a finire". D. "Ammesso che lo otteniate, quale sarà il passo successivo?" R. "L’imposizione di un altro elemento della nostra volontà. Ogni cosa a suo tempo." ____________________________ La campagna in se stessa e le sue ragioni valgono anche quale esempio di come Uomini3000 intenda combattere le sue battaglie, dei mezzi che usa, degli obiettivi tattici cui mira e della metodologia che adotta. ____________________________
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