
Eppure, sembra davvero sostenibile anche per un cattolico (e un Papa lo ha recentemente ricordato) che Dio è al di là delle categorie della sua creazione; e dunque è tanto Padre che Madre. "Questo è corretto se ci poniamo da un punto di vista puramente filosofico, astratto. Ma il cristianesimo non è una speculazione filosofica, non è una costruzione della nostra mente. Il cristianesimo non è "nostro", è la Rivelazione di Dio, è un messaggio che ci è stato consegnato e che non abbiamo il diritto di ricostruire a piacimento. Dunque, non siamo autorizzati a trasformare il Padre nostro in una Madre nostra: il simbolismo usato da Gesù è irreversibile, è fondato sulla stessa relazione uomo-Dio che è venuto a rivelarci. Ancor meno ci è lecito sostituire Cristo con un'altra figura. Ma ciò che il femminismo radicale - talvolta anche quello che dice di richiamarsi al cristianesimo - non è disposto ad accettare è proprio questo: il carattere esemplare, universale, immodificabile della relazione tra Cristo e il Padre". Se queste sono le posizioni contrapposte, osservo, il dialogo sembra bloccato. "Sono infatti convinto - dice - che ciò cui porta il femminismo nella sua forma radicale non è più il cristianesimo che conosciamo, è una religione diversa. da "Rapporto sulla Fede - Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger" CAPITOLO SETTIMO - LE DONNE, UNA DONNA Edizioni San Paolo (1985)
L'IDEOLOGIA UTILITARISTA - Da questo punto di vista l'ideologia utilitarista va nel medesimo senso della mentalità "maschilista" ed il "femminismo" appare come una reazione legittima alla strumentalizzazione della donna. Tuttavia, molto spesso, il cosiddetto "femminismo" si basa sugli stessi presupposti utilitaristici del "maschilismo" e, lungi dal liberare la donna, coopera piuttosto al suo asservimento. Quando, nella linea del dualismo già precedentemente evocato, la donna rinnega il proprio corpo, considerandolo come un puro oggetto al servizio di una strategia di conquista della felicità, mediante la realizzazione di sé, essa rinnega anche la sua femminilità, il suo modo propriamente femminile del dono di sé e dell'accoglienza dell'altro, di cui la maternità è il segno più tipico e la realizzazione più concreta. Quando la donna si schiera per l'amore libero e giunge al punto di rivendicare il diritto di abortire, essa contribuisce a rinforzare una concezione delle relazioni umane, secondo cui la dignità di ognuno dipende, agli occhi dell'altro, da quanto egli può dare. In tutto questo la donna prende posizione contro la propria femminilità e contro i valori di cui quest'ultima è portatrice: l'accoglienza alla vita, la disponibilità al più debole, la dedizione senza condizioni a chi ne ha bisogno. Un autentico femminismo, lavorando per la promozione della donna nella sua verità integrale e per la liberazione di tutte le donne, lavorerebbe anche alla promozione dell'uomo intero e alla liberazione di tutti gli esseri umani. Lotterebbe infatti affinché la persona sia riconosciuta nella dignità che gli viene solo dal fatto di esistere, di essere stata voluta e creata da Dio, e non dalla sua utilità, dalla sua forza, dalla sua bellezza, dalla sua intelligenza, dalla sua ricchezza e dalla sua salute. Si sforzerebbe di promuovere un'antropologia che valorizzi l'essenza della persona come fatta per il dono di sé e per l'accoglienza dell'altro, di cui il corpo, maschile o femminile, è il segno e lo strumento. È proprio sviluppando un'antropologia che presenta l'uomo nella sua integralità personale e relazionale che si può rispondere all'argomentazione diffusa, secondo cui il mezzo migliore per lottare contro l'aborto sarebbe quello di promuovere la contraccezione. Una simile tesi che di primo acchito sembra del tutto plausibile, è però contraddetta dall'esperienza: si constata generalmente una crescita parallela dei tassi di ricorso alla contraccezione e dei tassi di aborto. Il paradosso non è apparente. Infatti bisogna rendersi conto che la contraccezione e l'aborto affondano entrambi le loro radici in quella visione de-personalizzata e utilitaristica della sessualità e della procreazione, che abbiamo appena descritta e che si basa a sua volta su una concezione mutilata dell'uomo e della sua libertà. Non si tratta, infatti, di assumere una gestione responsabile e degna della propria fecondità in funzione di un progetto generoso, sempre aperto all'accoglienza eventuale di una nuova vita imprevista. Si tratta piuttosto di assicurarsi un dominio completo della procreazione, che respinge persino l'idea di un figlio non programmato. Compresa in questi termini, la contraccezione conduce necessariamente all'aborto come "soluzione di riserva". In realtà solo se si sviluppa l'idea che l'uomo non ritrova pienamente se stesso che nel dono generoso di sé e nell'accoglienza incondizionata dell'altro, semplicemente perché questi esiste, l'aborto apparirà come un crimine assurdo. Un'antropologia di tipo individualistico conduce, come abbiamo visto, a considerare la verità oggettiva come inaccessibile, la libertà come arbitraria, la coscienza come una istanza chiusa in se stessa. Essa orienta la donna non solamente all'odio verso gli uomini, ma anche all'odio verso di sé e verso la propria femminilità, soprattutto verso la propria maternità. http://www.ratzinger.it/modules.php?name=N...=article&sid=84 Estratto dall'intervento al Concistoro straordinario del 1991, svolto ufficialmente in veste di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: |