Maschi a perdere Dagli uomini-maschi rovinati in salute passiamo a quelli rovinati per perdita di autorevolezza e reputazione: “gli uomini sotto attacco”. Tra gli articoli accomunati sotto la voce “aggrediti” (164 su 212) molti sono gli editoriali, con titoli che rimpiangono il maschio perduto o lo incitano ad alzare la testa: “Maschi senza potere”, “Povero maschio apatico”, “Vieni avanti maschio”, “Maschi, ribellatevi”. La maggior parte degli editoriali così titolati si concentra nella prima metà degli anni Novanta, poi la loro presenza tende a scemare, come se una volta rotto il monopolio femminil-femminista della lamentela e dell’accusa, una volta fatta conoscere al pubblico la miseria della condizione maschile, l’interesse degli opinion-maker (di sesso maschile, ma talvolta anche femminile) si affievolisca. Resiste, però, anzi tende a crescere, alla svolta del secolo e del millennio, la quantità di articoli che segnalano il ribaltamento della posizione dell’uomo-maschio da carnefice a vittima. Viene posto l’accento su una serie di fenomeni che testimoniano il lato debole, oscuro e oscurato, di lui oggetto di violenza e così viene alzato il velo su quel fenomeno invisibile che attiene alla violenza domestica a danno di mariti e conviventi colpiti a sangue da donne armate di padella (sembra sia questa la preferenza). Nascono i “telefoni azzurri”, verdi o gialli, che permettono a lui di denunciare i soprusi di lei. Ancora più numerosi sono gli articoli sulle molestie sessuali femminili a danno di colleghi di lavoro (meno) e dipendenti (di più). Michael Crichton aveva evidentemente colto il segno di un fenomeno nuovo e per quei tempi inaspettato, con il suo best seller Rivelazioni, pubblicato in Italia nei primi anni Novanta, in cui si racconta della manager che mette gli occhi sul sottoposto, non gli da tregua e infine lo distrugge legalmente e moralmente. In Usa il libro era stato attaccato dalle femministe, probabilmente perché svela una scomoda verità: il paradigma del potere si riproduce non solo per consenso, ma anche per supremazia del più forte sul più debole. Che sia un uomo o una donna a esercitarlo. C’è poi un altro gruppo di articoli che, basandosi su notizie prevalentemente provenienti dal Nord Europa, denunciano le discriminazioni subite dai lavoratori per via delle leggi di “azioni affermative” (l’equivalente dei nostri provvedimenti di “pari opportunità”) che facilitano assunzioni e carriere femminili. Anche le coercizioni, per legge, a dividere il lavoro domestico con mogli e conviventi, approvate in Germania, Austria, Norvegia e Svezia, fanno notizia. Il tema delle discriminazioni positive a favore delle donne, le quali producono, di converso, discriminazioni negative nei confronti degli uomini, riguarda anche articoli che toccano il nostro Paese, ma si tratta di articoli generalmente brevi, e assai spesso maliziosi nella titolatura, come se trattare di discriminazioni maschili obblighi a uno stile compassionevole nei confronti del “poveri maschietti”. Un esempio per tutti: la notizia sugli allievi dell’Accademia navale di Livorno ostili al fatto che le donne ivi ammesse, grazie alla normativa per la pari opportunità, possano sposarsi in caso aspettino un bambino, mentre agli allievi in procinto di diventare padri il matrimonio resta proibito. I diversi articoli reiterati sull’argomento sono praticamente dei trafiletti che però “scherzano” con il sospetto che si tratti di proteste alimentate da spirito sciovinista, contrario alla presenza delle cadette accanto ai cadetti. Ma l’attacco agli uomini non finisce qui. Se sulla maternità per obbligo, nessun quotidiano oserebbe aprire un battage a favore, sono invece diversi gli articoli che prendono di mira il rifiuto della paternità da parte degli uomini esaltando le sentenze in materia di test del Dna che tale rifiuto rendono vano. Infine: un piccolo gruppo di articoli segnala episodi di fidanzati o mariti che si oppongono alle decisioni di abortire delle rispettive partner, esempi classici di “paternità ferita”. “Paternità negata” dopo separazioni e divorzi è il leit motiv di gran parte degli articoli che riportano le sentenze di Tribunali e Corti. Ci limitiamo a citare alcuni titoli: “Mamma e papà pari sono ma non per i giudici”, “Vorrebbe il figlio in affidamento ma i giudici lo escludono”, “Il padre naturale conta meno di quello legittimo”, “Il figlio non vuole vedere papà, la mamma non ha colpa”, “Le figlie non vogliono vedere la mamma, la colpa è di papà”, “Troppa baby sitter, il padre perde l’affido”, “Malato di Halzheimer deve pagare gli alimenti, ma non può tenere suo figlio”. Precisiamo che il figlio di cui si parla è un ragazzo di 15 anni. “Dalla parte di lei”, sia pure indirettamente, si collocano gli articoli (48 su 212) rubricati sotto la voce “uomini accusati”. La serie è nutrita di notizie che avvalorano lo squilibrio nel rapporto tra i sessi a sfavore delle donne: uomini stupratori per “natura” o per colpa dei geni; uomini autori di violenze domestiche, mariti e conviventi riottosi nella condivisione dei lavori domestici (e gli italiani sono sempre gli ultimi in classifica); padri che trascurano i figli; capiufficio che esercitano esclusivamente o prevalentemente sulle donne sia le tradizionali molestie sessuali sia il mobbing (da to mob, che vuol dire assaltare, aggredire, maltrattare), anglicismo utilizzato per significare le molestie che non hanno a che fare con il sesso, ma che ugualmente producono discriminazioni sul lavoro. Al ricercatore questi 48 articoli hanno posto un problema. Indubbiamente essi concorrono a delineare un’immagine negativa degli uomini e pertanto contribuiscono a mettere la condizione maschile “sotto attacco”. D’altra parte, però, essi riportano statistiche frutto di ricerche che provengono, in molti casi, da studi sociologici autorevoli. Per scrupolo morale, oltre che scientifico, abbiamo avuto molti dubbi sulla giustezza della loro collocazione nella nostra griglia interpretativa. Perché se è vero che essi costituiscono altrettanti capi d’accusa che inficiano l’autostima dell’uomo-maschio sotto attacco, ugualmente vero è che si tratta di accuse statisticamente fondate che non siamo in grado di confutare. Come regolarsi, allora? Lasciandoli lì dove sono, ed esplicitando la nostra chiave interpretativa: la figura dell’uomo-maschio subisce una vera e propria denigrazione per colpa (se così si può dire) dei propri fratelli-di-sesso che commettono soprusi, violenze, imperdonabili distrazioni nei confronti di donne e bambini. La stessa cosa, però, succede alle donne-femmine, quando le loro sorelle di sesso commettono soprusi, violenze e imperdonabili distrazioni nei confronti di uomini e bambini. Non si tratta quindi di pesare con il bilancino della statistica se sia più “cattivo” lui o se sia più “cattiva” lei. Piuttosto, dovremmo tener conto del fatto che uomini e donne sono condannati a sopportare i lati oscuri della propria differenza. Le donne sono però più abituate a elaborare quello che non va nel proprio sesso. |