La questione maschile che fa notizia Sostanziare in cifre (basi statistiche, percentuali, proiezioni) il cambiamento, positivo o negativo, della condizione maschile a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, in piena epoca di post-femminismo e di diffusa emancipazione femminile, si riduce a ben poca cosa. I soli dati facilmente rilevabili, e certi, sono quelli che confermano (specialmente in Italia) la predominanza maschile ai vertici delle istituzioni politiche e delle imprese economiche, ma sono dati che smentiscono l’ipotesi che un cambiamento ci sia stato e sia in corso. Fatta salva l’insistenza di statistiche, studi, commenti, focalizzati sulla contabilità della spartizione del potere, sono rari gli studi che si occupano della soggettività dell’uomo-maschio e, quando ci sono, la rappresentano di riflesso. Abbiamo infatti a disposizione una pletora di studi femminili e femministi che esaltano le caratteristiche negative degli uomini, visti come una compatta “classe sociale superiore” di predatori più o meno violenti a danno di una “classe sociale inferiore”, altrettanto monolitica, costituita da donne-vittime più o meno consenzienti. Anche i racconti mediatici non sfuggono allo stereotipo della denigrazione dell’uomo-maschio. Lo sostiene Elisabeth Badinter, filosofa francese e prolifica scrittrice di libri di successo in cui sostiene il raggiungimento della “parità nella complementarità” tra donne e uomini come tappa evolutiva Nel suo ultimo libro Fausse Route (2003) l’autrice si accorge che qualcosa si è messa di traverso nel perseguimento di questo obiettivo e se la prende, da un lato, con le odierne femministe che hanno imboccato la falsa rotta della dimostrazione a tutti i costi della «donna come vittima alla mercé dell’uomo e della sessualità maschile», dall’altro con i media che confermano l’uomo di oggi come «un potenziale pedofilo, uno stupratore, un violento». La colpa, sostiene Badinter, è di quelle leggi che, volute dalle pattuglie femminili presenti nelle istituzioni «basandosi su statistiche falsate sulla violenza sessuale dove accanto allo stupro vero e proprio sono registrate le violenze psicologiche, verbali e le molestie sessuali», servono a varare norme da “polizia del costume” umilianti per gli uomini, di nessuna utilità per le donne. Anche in Italia il discorso mediatico sull’uomo indugia non poco nel rubricare la questione maschile come un’emergenza di delitti, dai più gravi ai meno gravi, perpetrati su donne e bambini. E però non si riduce a questo. Esiste infatti una fetta consistente del racconto mediatico che pone la questione maschile in termini diametralmente opposti, ovvero come un problema di uomini oscillanti tra tribolazioni e rivincite, decadenza e riscatto. Come controfigura principale dell’uomo-Barbablù è nata la figura dell’uomo mutante e devirilizzato, a significare che la mascolinità non ha altro modo di evolversi se non passando per le forche caudine della punizione di un Io maschile forte. Abbiamo quindi deciso di verificare lo stato della rappresentazione della “questione maschile” utilizzando l’archivio del Centro di documentazione dell’Eurispes (a breve disponibile on line) realizzato attraverso la lettura e l’analisi di 20 tra le più importanti testate quotidiane nazionali e ordinato in base a 420 argomenti, dal 1986 ad oggi. Ogni argomento contiene l’articolo scelto per essere il più ricco e rappresentativo tra quelli pubblicati in uno stesso giorno sul medesimo tema. La scelta di basare un’analisi sociologica a partire dalla stampa quotidiana non sembri riduttiva. Infatti: malgrado la “dieta mediatica”, di cui gli esseri umani contemporanei possono cibarsi, offra la pietanza cartacea solo al fondo del menù, il ruolo delle testate giornaliere resta predominante nel “dare il là” al racconto mediatico che viene poi riproposto per radio, in televisione, su Internet, tramutandosi in una formula informativa e formativa del tutto peculiare. Il racconto mediatico, infatti, legittima ciò di cui parla perché colma lo iato tra la rappresentazione simbolica e quella reale del mondo, la insedia nell’immaginario e lo fa diventare realtà, contribuendo così a modellare comportamenti, a propagandare fenomeni di imitazione, e quindi a cogliere e a consolidare mutamenti sociali. |