Uomini o maschi? A chi nasce uomo la consuetudine lessicale italiana attribuisce una definizione assai più articolata di quella relativa a chi nasce donna. Per il Dizionario della Lingua Italiana Garzanti, ultima edizione, uomo è, scientificamente parlando, un «mammifero superiore caratterizzato dalla posizione eretta, dal linguaggio articolato, dal grande sviluppo del cervello, dalle elevate capacità psichiche, dalla capacità di trasmettere esperienze e conoscenze acquisite». Filosoficamente, è un «essere dotato di coscienza, capace di rappresentare se stesso e il mondo esterno e di agire responsabilmente». Al lemma donna corrisponde un’unica definizione: «essere umano di sesso femminile». Dal che si desume che la donna costituisca una variante tanto del mammifero superiore quanto dell’essere umano dotato di coscienza. Per sfuggire dalla posizione di “appendici degli uomini”, una trentina d’anni fa le femministe si sono rivoltate contro la società, la cultura, la politica, giudicate maschiliste tout court. Hanno riportato all’attualità il termine ottocentesco di femminismo, derivante da “femmina”, allo scopo di scoprire in sé la donna, e di definirla soggetto capace di presa sul mondo e di azione morale, tanto quanto l’uomo. Pertanto l’equivalenza uomo/essere-umano-predominante non può più essere data per scontata, come tuttora scrivono i dizionari. L’autorità simbolica maschile è stata depotenziata; l’uomo, protagonista della storia, non è più l’unico protagonista dell’attualità, per lo meno nella sfera occidentale del pianeta. Tra le cause che hanno intaccato la sua posizione, una sola è veramente imputabile allo scardinamento operato dal femminismo novecentesco: la rivendicazione della liceità d’aborto in nome della libertà e della responsabilità femminili. Si è trattato di un evento dirompente, anche se non privo di chiaroscuri, che ha sedimentato rapidamente nella società il diniego femminile al consenso sessuale, dato per scontato dagli uomini per tradizione e assicurato loro dalle donne senza contropartita in termini di controllo sulla sessualità e sulla riproduzione. Non si è trattato di un diniego da poco: ha fatto crollare la volta dell’edificio domestico strutturato sul pater familias e sull’homo faber, figure essenziali al perpetuarsi di un ordine sociale basato sul potere privato del capo famiglia e sul riconoscimento pubblico del lavoratore produttivo come unico, o principale, percettore di reddito. Dopo questa spallata, la demolizione della mascolinità tradizionale è proseguita ad opera della rivoluzione tecnologica tuttora in corso, la quale, con tutta evidenza, ha disintegrato la sicurezza del lavoratore stabilmente impiegato nella old economy e, con minore evidenza, ha messo in ombra l’apporto maschile alla procreazione. In un futuro, in parte già realizzato, l’umanità non avrà più bisogno della coppia eterosessuale per riprodursi. La fecondazione artificiale, universalmente accettata, separa l’unione sessuale dallo scoccare della scintilla della vita. La clonazione umana, universalmente aborrita, rende fecondo l’ovocita indipendentemente dall’apporto dello sperma; mentre nei laboratori scientifici si sperimentano uteri artificiali e uteri applicabili al corpo maschile, in alternativa al grembo materno. La tecnologizzazione della nascita che confina l’uomo in una posizione secondaria, se non superflua, e mette in discussione la donna come “fonte della vita”, sta insediandosi nell’immaginario sociale minando alla base quella cooperazione tra i sessi strutturatasi nei millenni allo scopo di garantire al meglio la riproduzione della specie umana. Ovvio, quindi, che le donne e gli uomini di oggi non siano più gli stessi di quelli che erano appena una manciata di decenni fa. Le donne hanno fatto grandi passi avanti nell’emancipazione, gli uomini non sono progrediti allo stesso ritmo. Ma mentre sui cambiamenti in meglio della condizione femminile sono stati spesi fiumi di parole, non altrettante parole sono state spese sui cambiamenti in peggio della condizione maschile. Eppure: per la “prima metà del cielo” la perdita di autorità sulle donne, sulla prole, sul fluire incessante delle trasformazioni tecno-scientifiche, ha intaccato l’identità maschile. Due pietre miliari dell’immaginario, l’una letteraria, l’altra cinematografica, raccontano l’eclissi del pater familias e dell’homo faber. Entrambe vengono concepite, significativamente, negli ultimi anni dello scorso millennio. Nel 1999 esce in Francia un libro che nel giro di pochi messi viene tradotto in 25 lingue: Particelle Elementari (1999) di Michael Huellenbeck, biologo e scrittore. Racconta di uomini senza fede nel desiderio, sordi al progetto amoroso e a quello paterno perché prigionieri del gelo sentimentale e del consumismo sessuale, e preconizza un mondo governato da un Leviatano genetico che dichiara superflua la differenza tra i sessi per i guai che comporta e, sic et simpliciter, la abolisce. Un anno prima il regista inglese Peter Cattaneo sbanca i botteghini dei cinema, ad Occidente e ad Oriente, con il film Full Monty: la classe operaia non va più in paradiso, ma nei megateatri di periferia a offrire spettacoli di striptease ad urlanti spettatrici. Gli uomini che hanno perduto il lavoro, spina dorsale della propria identità, si esibiscono come oggetti di consumo e di desiderio davanti alle mogli, alle fidanzate, alle figlie, alle ex colleghe di fabbrica e alle vicine di casa. Che tipo di mondo è quello sconquassato da tali sovvertimenti? Un mondo inaspettato per donne e per uomini, risponde l’antropologo statunitense Lionel Tiger nel libro The Decline of Males: The First Look at an unexpekted New World for Men and Women (1999). La prima ricognizione (the first look) di Tiger sul declino degli uomini dipinge il mondo contemporaneo occidentale come un coacervo di dissensi e dissesti tra donne e uomini prodotto dal venire meno del male bonding, il “legame tra maschi” che ha forgiato nei secoli la mascolinità e con essa la civiltà. L’individuo di sesso maschile, sostiene l’antropologo, ha bisogno di esercitarsi in due ambiti relazionali, altrettanto coinvolgenti emozionalmente e altrettanto necessari all’identificazione del proprio ruolo sociale e alla propria evoluzione: i rapporti con le donne e i bambini e i rapporti esclusivi tra maschi. Ma oggi l’uomo non dispone né della donna-con-bambino che tranquillizza l’esistenza privata né del gruppo maschile, positivamente orientato verso obiettivi comuni che esalta la qualità della vita pubblica. Nell’ultimo tratto della propria evoluzione, la specie umana femminile si è sottratta al destino biologico e si è proiettata al di fuori del circuito familiare per infiltrarsi in tutti i campi in cui gli uomini, sostenendosi a vicenda, “fanno gruppo”. Nella rottura dell’apartheid e nella conseguente intenzionalità femminile di distruggere le alleanze maschili, Lionel Tiger individua la causa del declino del maschio. In questa traiettoria, l’uomo del terzo millennio aspira a ri-sentirsi uomo, a ricostruire il male bonding. Ma per ri-nominare la propria identità sessuata non sa bene se chiamarsi uomo o maschio, mentre cerca le vie più disparate, e contraddittorie, per affermare la dignità di essere uomo-maschio. Dopo che le femmine sono diventate donne.
"La Questione Maschile nei racconti mediatici sugli uomini" - Cap. 1 "Uomini o maschi?" di Roberta Tatafiore |