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scegliere, un diritto per l'uomo

di THOMAS LYNCH MILFORD

Trad. di L. Raveggi


Ho una figlia femmina e tre figli maschi. Se esiste un compito migliore dell’essere padre, io non l’ho mai trovato.

Ma su un argomento – la natura del sesso e delle sue possibili conseguenze – il consiglio che sono tenuto a dare ai miei figli, se richiesto anche a mia figlia, suona poco alla moda ed enfatico, politicamente sospetto se non "errato, " vagamente patriarcale. La genitorialità non dovrebbe essere “neutra” riguardo al genere sessuale?

Sono per la vita e per la possibilità di scegliere. La vita non è facile. Nemmeno lo è scegliere.

Mia figlia ed i miei figli sono biologicamente adatti per la riproduzione. Ecco le loro possibilità di scelta per come le vedo.

Ciascuno di essi può scegliere se o non, con chi e dove, quando e perché, essere sessualmente attivo. Possono scegliere quanto o quanto poco significato questo abbia, quanto o quanto poco di se stessi investire.

Ciascuno può scegliere, all'occorrenza, quale precauzione prendere contro una gravidanza non pianificata. Ma se tali precauzioni fallissero, le possibilità di scelta prenderebbero diverse direzioni secondo il genere.

Mia figlia può scegliere di avere il bambino con o senza il consenso, la cooperazione, o la co-genitorialità del tipo (lo denomineremo padre ora?) che la ha messa incinta, o può scegliere, alla luce delle circostanze della vita, che un bambino sarebbe terribilmente inopportuno e può avvalersi di ciò che i tribunali hanno dichiarato essere il suo diritto costituzionalmente garantito ad una procedura medica sicura e legale che pone termine alla sua gravidanza.

Qualunque disagio - morale o personale o materno -- potrebbe soffrire, di fatto una gravidanza che deriva da un consenso bilaterale è legalmente interrotta da una scelta unilaterale. Ma se la possibilità di scegliere riguardo al momento nel quale una persona si sente realmente in grado di essere genitore è una cosa buona, non sarebbe buona pure per i miei figli maschi?

E se questa scelta può essere esercitata dalle donne dopo il concepimento, allora non dovrebbero gli uomini avere la stessa opzione: affermare, legalmente ed unilateralmente, il loro non interesse riguardo all’agglomerato di cellule o feto o bambino o comunque si voglia definire ciò che a volte produce il sesso fra un uomo e una donna?

Per come si presenta ora, la paternità, una volta determinatasi, significa la responsabilità fiscale per 18 anni, non per scelta, ma per legge. Se un uomo mette incinta una donna e lei sceglie di avere il bambino, essa ha può intentare un reclamo legale nei confronti del reddito del padre.

Gli uomini possono, naturalmente, rifiutarsi di pagare, rifiutando la loro paternità, nel qual caso sono dei "deadbeat dads " o qualche altra parola creata dai media per intendere malvagi.

Perché i miei figli non potrebbero esercitare una possibilità di scelta equivalente – per dire, entro i primi due trimestri - per dichiarare la loro decisione di non essere genitori, rinunciando alla paternità? Non è precisamente questa la stessa possibilità di scelta data alle donne da Roe v. Wade e dalle altre leggi che sostengono questo "diritto"?

Eppure, la gravidanza e l'aborto, molti ribatteranno, sono questioni delle donne, del corpo della donna. " Una volta che gli uomini potranno restare incinti, allora potrete parlare!"

A volte mi dico, è realmente tutto relativo all’utero, allora? È il destino biologico, dopo tutto? È la specie o il genere che si riproduce? Non sono la gravidanza e la genitorialità questioni che riguardano l’umanità?

Io so che miei figli e mia figlia che esistevano quando “erano attesi".

La loro madre "li aspettava"; era così. E mentre il corpo della donna è certamente coinvolto nella sua maternità, un uomo è coinvolto nella sua paternità. Non chiediamo agli uomini 18 anni di lavoro e di fatica, “lavoro” dei loro corpi, a sostegno del bambino nato dai loro lombi?

Se rifiutano, cosa che troppi fanno, non la riteniamo una questione privata; li chiamiamo farabutti.

E se sono spinto a marciare per affermare il diritto della donna a poter scegliere una procedura medica sicura, legale ed economica per porre termine alla sua maternità, dove sono le donne che marceranno con me per sostenere i diritti dei miei figli e dei loro figli di scegliere una procedura legale legittima, sicura ed economica per porre termine, per ragioni che vanno dalle buone alle meno buone, alla loro paternità?

"Se non desiderano la responsabilità, dovrebbero tener su i loro pantaloni!" è ciò che mi dicono parecchie donne di mia conoscenza. Affermazione vera, che suona come un sano consiglio. Ma lo stesso consiglio, offerto a mia figlia o alle figlie delle mie amiche donne, è considerato con sospetto, sessista, patriarcale.

Che cosa sembrerebbe se un milione di uomini o giù di lì, l’anno prossimo, entro le 12 settimane successive alla fecondazione delle loro partner sessuali, dovessero dichiarare, per motivi che non dovrebbero argomentare a nessuno, che il loro interesse nei confronti del feto è nullo, vuoto, cessato, abortito?

Che cosa se ci fossero cliniche per una Genitorialità Programmata o qualche associazione benigna senza scopo di lucro, dove potrebbe essere condotto il lavoro legale in modo pulito e ad un costo ragionevole - procedure legali effettuate dagli avvocati anziché dai medici, aiutati da paralegali anziché dalle infermiere – in direzione di una dichiarazione legale, sicura, legittima, unilaterale, costituzionalmente protetta, la stessa per i padri di quella per le madri?

Non ci sarebbero marce di protesta davanti a tali cliniche? Le insegne non verrebbero imbrattate con epiteti poco lusinghieri? Non punteggerebbero queste proteste le immagini di bambini indigenti e di madri abbandonate?

Le politiche riproduttive coinvolgono non soltanto i nostri interessi pubblici, ma anche quelli privati.

Ed in interminabili dibattiti, il terribile rimbombo della pubblica retorica fra i politicanti e gli arcivescovi oscurerebbe il colloquio fra i padri e le figlie, le madri ed i figli, i fratelli e le sorelle, i mariti e le mogli.

Le donne hanno diritto di rifiutaree decisioni che riguardano i loro corpi e che le escludono. Così è per gli uomini. La vita riproduttiva della specie non è una questione femminile, appartiene all’umanità.

Richiede le voci degli esseri umani. Ed il linguaggio che richiede è riservato e intimo.


Thomas Lynch è l'autore di "The Undertaking" e " Bodies in Motion and at Rest".
Copyright 2000 New York Times Company

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