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Vergognatevi!


... e la vergogna svanì.

"Dovreste arrossire di vergogna per ciò che state facendo!"

[elsab70@ .......... .it]

 

 

Dovremmo vergognarci, è vero.

Ma ecco come è andata.

 

Anni fa  - stupiti  da quel che stava accadendo - ci chiedemmo come mai l’avanzata del femminismo (salvo un po’ di resistenza passiva) non trovasse opposizioni, come mai nessuno si opponesse esplicitamente al suo incedere trionfale, come mai neppure i suoi più accaniti nemici (qualcuno ci doveva pur essere e certamente c’è) osassero uscire allo scoperto.

Quale la causa di un simile sconcertante fenomeno?

Non poteva essere la paura perché questa non ha mai frenato i maschi dal combattere per le più svariate e disgraziate cause, comprese quelle perse in partenza.


Non poteva derivare dalla coscienza di stare dalla parte sbagliata, dalla parte del male,  perché hanno combattuto infinite volte a favore di cause cattive o pessime contro cause giuste e legittime.


Non poteva nascere da mancanza di interesse in quanto tutti capivano e capiscono bene che la posta in palio è il Potere, cosa cui gli uomini - si dice - hanno tenuto e tengono più che ad ogni altra, sesso compreso (come assicura quel detto siciliano).
Non poteva venire - diciamo così - da mancanza di odio antifemminile, in quanto di misoginia in giro ve n’era e ve n’è a sufficienza per alimentare una forte, tenace ed aperta resistenza.

Eppure nessuno usciva, nessuno esce allo scoperto a contrastare esplicitamente il femminismo, a denunciarne gli obiettivi veri (e perciò inconfessabili) o, almeno, a sfogare la sua rabbia ed il suo livore di fronte all’erosione dell'Antico Potere.

Niente di simile.

Restava dunque solo una forza, una sola tra quelle che governano gli esseri umani, solo la vergogna poteva essere la causa di tale stupefacente passività, di tanta inanità, di una tale assenza di aperta opposizione e di palese contrasto.

La vergogna.

Possibile?

Eppure sembrava davvero che la vergogna di combattere si fosse impossessata degli uomini e che, in un inconcepibile stravolgimento delle eterne regole dell’onore maschile, si sentissero questa volta disonorati nel combattere e viceversa gloriosi nel disertare, come se in questa occasione trovassero infamante la lotta ed onorevole la fuga. Come se il criterio di viltà si fosse rovesciato e questa,  anziché colpire i disertori, colpisse adesso i combattenti, come se veramente gli uomini questa volta -  la prima nella storia del mondo - si vergognassero di lottare. Straordinario.

L’ipotesi non era però del tutto peregrina, perché questa volta -  la prima da sempre -  si sarebbero trovati a combattere (se avessero combattuto, si capisce) non per Dio e per la Patria, per il  Re e la Nazione, per  la Giustizia e la Libertà,  per i Padri  e le Colline Nere, ma per se stessi e solo per se stessi.

Peggio, per la prima volta da sempre (se avessero combattuto) non avrebbero guerreggiato contro Draghi e Leviatani, contro Mostri e Giganti, ma contro quella metà del mondo la lotta contro la quale non può portare onore a nessuno. Non stavano infatti davanti agli uomini le potenti armate di feroci nemici, ma i volti accattivanti, i corpi disarmati e disarmanti delle madri, delle figlie, delle sorelle e delle amanti.

Le condizioni perché si vergognassero di combattere, come si vede, c’erano tutte.

Bisogna infatti riconoscere che nel far la guerra alle donne non si può acquistare gloria, ma disdoro e  vergogna, e questo poteva spiegare perché - per la prima volta da sempre - gli uomini si comportassero come se veramente si vergognassero di agire. E non a torto: muover guerra alle donne è davvero una viltà e se non lo è questa cos’altro lo è?

Alla luce di questi fatti ci parve verosimile l’idea che a trasformare in disertore l’intero genere maschile, a provocare questo ammutinamento di massa, fosse proprio la vergogna di difendersi, la vergogna di proteggersi, la vergogna di combattere per sé.

Ma volevamo le controprove e ragionammo in questo modo.

Se la vergogna di difendersi e di proteggersi era il vero agente tossico che paralizzava l’azione degli uomini, il femminismo avrebbe dovuto contribuire al suo mantenimento, anzi,  avrebbe dovuto incrementarla.

L’invenzione della “Guerra universale contro le donne” come guerra combattuta dall’intero genere maschile in ogni luogo e in ogni tempo, era già un proclama adeguato, una “verità” adatta a gettare la vergogna sui maschi prima ancora di precisare i modi e le forme di questa verità storica. Il passato come storia del Forte che fa la guerra ai deboli, del Soldato che colpisce alle spalle, del ‘Cavaliere’ che pugnala l’inerme. Una bella infamia, non c’è che dire.

Ma ci si poteva attendere di più. Meglio sarebbe stato assegnare ai maschi il titolo di  prevaricatori e predatori in quanto tali, a prescindere da ogni loro azione, del passato e del presente, una qualifica che trovassero già pronta all’atto della nascita, un marchio indelebile da portare per sempre come una eredità incancellabile.

Scoprimmo allora che proprio questo era accaduto e che i maschi erano stati assegnati al genere sfruttatore, oppressore e predone in quanto tali, a prescindere dal loro agire. Una condizione iscritta nella forma del loro corpo, una vergogna intrinseca al loro essere.
“Genere oppressore e sfruttatore” è quello cui appartengono.

Una volta stabilito che le donne sono le Proletarie della Terra, con quale diritto il padronato maschile avrebbe potuto schierarsi dalla propria parte?
 A che titolo i privilegiati avrebbero potuto difendere i propri privilegi? Come può il predone proteggere senza infamia il suo bottino? Quale onore al ‘guerriero’ che uccide il moribondo? Al Maramaldo?

I conti tornavano, ma noi,  volendo essere certi di non sbagliare perché ogni errore poteva rivelarsi fatale, cercammo la prova cruciale. E la cercammo là dove risiede la sola verità incontrovertibile, la sola certezza che meriti questo nome, perciò interrogammo noi stessi.

Cos’era che ci paralizzava? A cosa erano dovuti la nostra impotenza, l’eterno accondiscendere, la pulsione a compiacere, l’ininterrotto cedimento e quello stupefacente silenzio?  Ci vergognavamo.

Ci vergognavamo di difenderci, di più, ci vergognavamo di pensare di poter e di dover difenderci. Ci vergognavamo di sentirci offesi. Sì, non osavamo chiamare oltraggi gli oltraggi, insulti gli insulti, spregio lo spregio, dileggio il dileggio, disprezzo il disprezzo, ricatti i ricatti, rapine le rapine, vendetta la vendetta, odio l'odio.

Era la vergogna di percepirsi feriti, la vergogna di sentirsi insultati, la vergogna di protestarsi oltraggiati. La vergogna di uscire sul nostro prato e di segnarvi i confini del nostro territorio, di piantare i paletti del nostro giardino, di stabilire da noi stessi cosa fosse bene e cosa male per noi.

E questa fu la verità inoppugnabile, il fatto inconfutabile che ci si svelò.

Come se un lampo di luce avesse d’improvviso illuminato ciò che da sempre era al buio, capimmo allora che la nostra Cavalleria, la parte migliore di noi, stava diventando la nostra rovina e divenimmo, quasi senza volerlo, Cavalieri Intelligenti, quelli che sanno che l’altra parte non conosce Cavalleria.

Il femminismo stesso ci aiutò, bisogna riconoscerlo, bollando come sciovinismo la nostra Cavalleria, quel Diamante che natura e cultura insieme hanno creato ad onore degli uni ed a protezione delle altre. Il femminismo stesso, denigrando la parte migliore di noi (giacché si è sempre portati ad odiare ciò che non si capisce e di cui non si è all’altezza) ci ha forse indicato, a nostra insaputa, la via della salvezza.

Ma non pensammo mai di disfarci di quella ricchezza e di buttar via quel tesoro che ci onora, usando come pretesto il pur innegabile fatto che le donne occidentali, rieducate dal femminismo, non ne sono più degne. Decidemmo di conservarlo per altri tempi ed altri luoghi. E’ un nostro segreto, lo custodiamo in silenzio per consegnarlo - intatto – agli uomini che verranno.

Fu così che capimmo e che una verità negata finalmente emerse.

La si potrebbe quasi chiamare Illuminazione, una luce che schiarì ad un tempo quel che stava fuori e quel che stava dentro di noi.

Non potemmo evitare di sorridere di noi stessi, di canzonare la nostra decennale ingenuità, il nostro commovente candore, e sorrridendo di noi stessi

...la vergogna svanì.

R. B.

 

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