La c.d 'fine' del femminismo
Secondo un' opinione ormai universale l’epoca del femminismo sarebbe finita e noi vivremmo nell’era post-femminista. Con ciò si intendon dire varie cose per lo più in contraddizione tra loro, come è ovvio e come sempre.
1 - Il femminismo sarebbe finito perché avrebbe raggiunto nella sostanza i suoi obiettivi mentre per quei pochi che ancora rimangono è solo questione di tempo, ormai è un fatto "gravitazionale". In questa prospettiva il femminismo andrebbe inteso come un fiume che dopo aver sfondato la diga della storia, scorre ora tranquillo verso il mare della parità e dell’equo potere che prima o poi sarà raggiunto, perciò, non essendovi più alcuna diga da abbattere, la lotta frontale può dirsi conclusa e l’esercito può essere sciolto. 2 - A rovescio, il femminismo sarebbe finito non per esaurimento delle forze o per l’avvenuto raggiungimento degli obiettivi, ma per una sorta di spontaneo e progressivo cambio di strategia ormai necessario in quanto lo scontro tra i sessi si sarebbe spostato su altri piani, diversi da quelli tradizionali. Quali siano questi nuovi versanti non è dato precisamente sapere, se non attraverso espressioni quali "declinazione delle nuove identità", "contaminazione degli ambiti del sé", "ristrutturazione del campo intersessuale", "nuova coniugazione delle polarità" ed altre amenità simili. La fine del femminismo sarebbe poi comprovata dalla totale scomparsa delle "femministe", quelle donne che si dichiarano esplicitamente tali. Non se ne trova più una. Del resto il termine porta ormai con sé un’ombra demodé, la donna che si dichiari "femminista" si confessa fuori tempo, anacronistica e perdente in quanto ammette, lo voglia o no, che le donne ( o quantomeno l'interessata) sono ancora al punto di partenza o poco oltre. Quarant'anni di lotta vana? Siamo ancora a quel punto? Ancora con gli zoccoli ai piedi e lo specchietto tra le gambe ad auto-ammirare la Sacra Porta? Proclamiamo dunque l’era del Postfemminismo, così da una parte ci gonfiamo di orgoglio per la vittoria, dall'altra gli uomini si mettono tranquilli. La pressione contro di loro è ormai esaurita. Sì, forse qualche volta abbiamo esagerato, poverini, ma è acqua passata, adesso costruiamo insieme il mondo della parità e della giustizia tra i sessi. Ecco qui il postfemminismo: il fronte maschile è crollato, il cedimento totale è avvenuto, i maschi hanno riconosciuto la loro inferiorità morale mentre quella intellettuale sarebbe seguita di lì a poco. La resa senza condizioni ha aperto la strada alle vittoriose armate dell’Auto-more, ora il territorio dell’etica è sotto amministrazione femminile e perciò l’esercito può essere congedato. Basta la psico-polizia, ora. Si tratta di procedere alla conversione sistematica del genere malnato e perciò malato, il processo si chiama rieducazione (Cavarero) e l’operazione non è difficile. I maschi stessi hanno da tempo imparato a confessarsi, a denunciare la propria inferiorità morale, a farsi delatori gli uni degli altri, ad oltraggiare i propri sentimenti, ad irridere alle proprie sofferenze, a squalificare le proprie doti, a minimizzare le loro fatiche, a farsi raccontare dall’Altra la vera verità della loro stessa esperienza. Vanno ai talk-shows come imputati, scrivono come pentiti, emanano leggi contro se stessi, emettono sentenze a proprio danno. Esaltati in un'orgia di autopunizione, scherniscono tutto ciò che loro appartiene, in questa nobile gara alla conquista dell’assoluzione corrono ad espiare 100.000 anni di stupri. Come dubitare della vittoria del Nuovo Bene? Vittoria su cosa? Sull’anima maschile, ecco l’obiettivo: la conversione interiore, la domesticazione, l'infantilizzazione universale. Le mani sull'anima, gli zoccoli della cavalleria Amazzone sul cuore. Perciò è bene, è utile far sapere che il femminismo è finito. R. B. OLTRE LA VITTORIA
Su Repubblica del 3/10/02 a pag. 40 trovo un articolo di Miriam Mafai, dal titolo "Femminismo - così tramonta la rivoluzione", in cui commenta il libro di Claudia Mancini "Oltre il femminismo - le donne nella società pluralista" (Il Mulino). Preso atto della vittoria ottenuta dalle donne in tema di parità di diritti, l'autrice si chiede perché, nonostante ciò, le donne non avrebbero ancora "piena cittadinanza". La risposta starebbe nel fatto che "...l'esperienza morale delle donne non viene riconosciuta come tale e rispettata come esperienza pienamente umana". Sarebbe dunque necessario che "...l'insieme di culture, idee, sentimenti, saperi che si sono strutturati nell'ambito dell'esperienza femminile della procreazione e della cura e che finora sono stati chiusi nell'ambito familiare ...[ ]...vengano in qualche modo ...[ ].... collocati in un patrimonio comune, messi in circolazione nella comune cultura umana". Il corollario di questa "espansione" della cultura femminile dovrebbe essere il rifiuto della separatezza e del "diritto sessuato". Entrate a pieno titolo nella vita pubblica le donne "...non possono più rivendicare per sé una sorta di esclusiva competenza e potere sulla procreazione", visto come compensazione della separazione fra sfera privata e sfera pubblica. Tutta la tematica legata alla procreazione dovrebbe essere sottoposta alla discussione pubblica e al limite posto dalla legge. Non esiste, dice la Mancina, nessuna libertà nel silenzio della legge, e, "fatto salvo il potere di decisione delle donne nella singola scelta, non può esistere nessun privilegio o particolare autorità femminile nel dibattito”. Non occorrerebbe quindi puntare ad un "riconoscimento" della identità femminile, ma ad una "...riconfigurazione della identità umana in quanto tale". Ho riportato questo articolo perché le sue tesi mi sembrano attinenti al tema, un vero manifesto del post/femminismo. 1 - Se si riconfigura l'identità umana (in senso femminile), non c'è più bisogno di brandire l'arma della separatezza, anzi essa è limitativa per le donne poiché ciò implicherebbe una identità maschile separata ed un suo simmetrico riconoscimento. Il “vizio”, diciamo così, è all’origine. Nella rivendicazione della specificità femminile e quindi della separatezza, era sottinteso, ma spesso anche esplicitato chiaramente, il concetto di superiorità e di maggior completezza dell’esperienza femminile. Da qui a rivendicarla come “identità umana in quanto tale”, il passo è breve. Diventa quasi ovvio esplicitare allora ciò che è già largamente in atto. Il raggiungimento della parità, peraltro già superato e contraddetto da leggi che pongono il sesso femminile in situazione giuridicamente privilegiata, non può più bastare. Ora si vuole che tutto il vivere sociale sia esplicitamente modellato sull’ esperienza femminile. Non è dunque in questione il “riconoscimento dell’esperienza femminile come pienamente umana”, ma il disconoscimento di quella maschile. 2 - Il ricongiungimento fra sfera privata e pubblica spinge, direi quasi esige, un intervento legislativo in materia di procreazione. Poiché però avviene sotto il segno dell'espansione e della messa in comune dell'esperienza e del sapere femminile, qualsiasi dibattito pubblico e qualsiasi legge non potranno che riflettere il punto di vista femminile in materia, ora assurto a vero e proprio principio generale, universalmente accettato. 3 - Il fatto che debba rimanere intatto "il potere decisionale delle donne sulle singole scelte", pur nell'ambito di leggi che già ne riflettono il punto di vista, funziona insieme da suggello del percorso vittorioso e da bastione contro ogni eventuale smagliatura. La rivoluzione femminista sarebbe allora al tramonto, come recita il titolo dell'articolo, semplicemente perché, vittoriosa, la Grande Madre si è fatta Stato, istituzione, potere. Non è dunque in questione il diritto di cittadinanza femminile, che già esiste, ma la sua trasformazione in diritto generale. Il diritto di cittadinanza in quanto tale è cioè il diritto di cittadinanza femminile. Punto. A. Ermini in corsivo le citazioni dal saggio della C.M.
VINTI PER SEMPRE?
Si proclama la fine del femminismo in quanto si prende atto che gli uomini sono stati sconfitti. Ma accetteranno questa condizione per sempre? Concediamo di avere torto, ammettiamo pure che filosofia, temi, progetti, argomentazioni, tattiche e strategia, tono e modalità espressive adottate da Uomini3000 siano sballate, fuori tempo, inadatte e controproducenti; ammettiamo di essere in anticipo sui tempi, anzi no, in ritardo di secoli. Ammettiamo pure che il nascente movimento maschile non sia altro che un’accolita di misogini impenitenti, di rancorosi in delirio, di impotenti, di onanisti, di falliti, un gruppuscolo di gente risentita, invidiosa, un banda di violenti che si limitano alle parole perché non osano far di peggio. Un sodalizio di cretini, un’armata brancaleone di velleitari o una brigata di birbanti, a scelta. Concediamolo. Nondimeno, come si può immaginare che mezza umanità - mezzo Occidente - se ne starà acquattato sotto le coperte del pudore, nascosto sotto le coltri della vergogna per l’eternità? Come si può immaginare che quel genere che pure ha disertato da se stesso, che pur si è fatto onore di prostituire quasi ogni suo valore, rimanga da ora e per sempre prono in adorazione della Trionfante? Come si può pensare che non nasceranno mai nuovi ribelli, uomini finalmente capaci di offendersi, di riconoscersi umiliati e feriti? Come si può sperare che taceranno per i secoli a venire? Quale obnubilazione ha colpito la Grande Signora per farle credere che da oggi e per sempre potrà allungare le mani - innocente e impunita - in ogni anfratto dell’anima maschile? ... a sorvegliare e punire? Come non sospettare che, se non oggi, domani, se non qui, là, uno, cento, centomila si leveranno in piedi a contrastare la follia di colei che ha decretato: “Ciò che è bene per me è bene per il mondo!”? Sì, forse siamo davvero una compagnia di malandrini, una lega di bricconi, ma come pensare che i vinti saranno vinti per sempre? R. B. |