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LA RIVOLUZIONE CHE NON PREVEDE FIGLI


1. La crisi demografica dell’Europa

In una serie di interventi d’alto profilo tenuti nel corso degli ultimi anni, aventi per tema i fondamenti spirituali e culturali dell’Europa, il presidente del Senato Marcello Pera e il Cardinale Joseph Ratzinger hanno espresso una serie di considerazioni piuttosto negative sulla condizione presente del Vecchio Continente, lasciando però le conclusioni aperte ad una moderata speranza di rinascita. Se Pera si è detto allarmato per il “brutto vento” che soffia sull’Europa che decresce in popolazione, non è competitiva in economia, investe poco in ricerca e pensa che lo Stato paternalistico e sociale sia un’istituzione gratuita, il Cardinale Ratzinger ha sottolineato come questo cedimento delle forze spirituali sia accompagnato da un crescente declino etnico: «C’è una strana mancanza di futuro. I figli, che sono il futuro, vengono visti come una minaccia per il presente. Ci portano via qualcosa della nostra vita, così si pensa. Non vengono sentiti come una speranza, bensì come una limitazione». Per entrambi la crisi demografica rappresenta dunque il segnale più evidente di una grave crisi sociale, la cui origine è di natura culturale. Gli europei, non desiderando più figli, è come se dicessero di non aver più nulla che meriti di essere trasmesso. Il rifiuto del futuro è sempre generato da un rifiuto del passato, come dimostrato clamorosamente dal mancato inserimento delle radici cristiane nella Costituzione Europea. G.K. Chesterton diceva che un popolo che dimentica i suoi antenati si curerà ben poco dei suoi discendenti: e difatti gli europei di oggi, trascurando la propria eredità, si sono anche dimenticati di generare dei discendenti.
Agli inizi del Novecento un abitante della terra su tre era di origine europea, e nel 1960, malgrado due catastrofiche guerre, erano ancora circa uno su quattro (750 milioni su 3 miliardi); tuttavia, a partire dalla fine di quel decennio, mentre la popolazione mondiale raddoppiava, gli europei hanno progressivamente cessato di riprodursi. La popolazione del Vecchio Continente è rimasta stabile, e in alcuni paesi ha già iniziato a calare. Nel 2000 la popolazione di origine europea è diventata un sesto di quella mondiale, e salvo riprese dei tassi di natalità, dei quali finora non si vede nemmeno l’ombra, sarà solo un decimo nel 2050. Oggi diciotto delle venti nazioni del mondo con la più bassa natalità sono europee, e non vi è un solo paese europeo il cui tasso di fertilità (che in media è di 1,4 figli per donna) si avvicini a 2,1, il minimo necessario per la stabilizzazione della popolazione. Con questi ritmi, i 728 milioni di europei di oggi crolleranno nel 2050 a 600 milioni, a parte l’immigrazione: queste – ha commentato l’opinionista e politico americano Patrick J. Buchanan nel suo best-seller The Death of the West, dedicato all’analisi della crisi demografica occidentale – sono statistiche di una civiltà moribonda.
Un calo così pronunciato non si era verificato in Europa dai tempi della peste nera del 1347-52, quando almeno l’epidemia creava vuoti in tutte le classi d’età, e non solo tra i giovani. Fra cento anni gli italiani, gli irlandesi, gli spagnoli, i francesi, i tedeschi, gli inglesi, i polacchi e tutti gli altri popoli europei rischiano seriamente di essere ridotti a minoranze assediate nei propri paesi, come è successo ai serbi del Kosovo. Il calo e l’invecchiamento della popolazione avranno effetti devastanti anche sul piano economico. Solo popolazioni numerose possono garantire l’alta produttività derivante da un’estesa specializzazione e divisione del lavoro; e solo popolazioni giovani producono innovazione intellettuale e tecnologica. Tra cinquant’anni, con una popolazione occidentale ridotta ad una percentuale infima di quella mondiale, e composta perlopiù da persone anziane, si essiccherà inevitabilmente quella straordinaria creatività che ha fatto per secoli la gloria della civiltà europea. L’Europa, scrive Buchanan, diventerà un continente abitato da vecchi, in vecchie case, e con vecchie idee. Infatti, per mantenere nel 2050 l’attuale entità di popolazione compresa tra i 15 e i 65 anni, l’Europa dovrebbe importare 169 milioni di immigrati, dato che – se il tasso europeo di fertilità non sale – nel 2050 i giovani sotto i 15 anni crolleranno del 40 % arrivando ad essere 87 milioni. Il numero dei pensionati sopra i 65 anni salirà però del 50 % fino a 169 milioni. Per mantenere l’attuale rapporto lavoratori/pensionati, che è di 4,8 a 1, l’Europa dovrebbe a quel punto importare quasi un miliardo di immigrati! In pratica, dovrebbe diventare culturalmente un paese del terzo mondo.
Perché gli europei hanno cessato di volere figli, condannandosi all’autoestinzione con tanta indifferenza? Perché, a differenza delle generazioni precedenti, sembrano non desiderare più le responsabilità e le gioie della maternità o della paternità? Le cause sono complesse e numerose, ma con tutta probabilità hanno giocato un ruolo di primo piano i profondi cambiamenti sociali indotti a partire dagli anni Sessanta dalla cosiddetta “Rivoluzione Culturale”, che si sono tradotti da un lato nel rifiuto nei tradizionali modelli famigliari, e dall’altro nell’edificazione di un imponente apparato assistenziale di tipo socialista “dalla culla alla bara”. La “società a responsabilità illimitata” che ne è scaturita, ha osservato Ferdinando Adornato, è un vero incubo: statalismo economico da una parte e libertarismo morale dall’altra, sempre sanciti dallo Stato.
I giganteschi apparati di sicurezza sociale hanno infatti finito inevitabilmente per colpire l’istituzione famigliare e l’idea della responsabilità personale: sollevando gli individui dall’obbligo di provvedere al proprio reddito, benessere, salute, vecchiaia ed educazione dei figli - spiega l’economista di scuola austriaca Hans-Hermann Hoppe - si è ridotto l’orizzonte temporale degli individui, e il valore del matrimonio, della famiglia, dei figli e dell’autorità sociale si è abbassato. I comportamenti irresponsabili, dissoluti e insani non solo vengono giustificati o esaltati dalla “Controcultura” divenuta dominante, ma sono spesso sussidiati da uno Stato sociale che provvede a tutte le evenienze; d’altro canto, i comportamenti responsabili e previdenti vengono puniti perché fortemente tassati. Nell’era del welfare state i comportamenti sessuali e famigliari tradizionali sono diventati incomprensibili, perché sono scomparse le conseguenze negative del loro mancato rispetto. Per questo la morale cristiana seguita per secoli dagli europei è sotto attacco, accusata di essere “repressiva”, intollerante, reazionaria.
Studiando i cambiamenti demografici avvenuti fin dagli anni Trenta in Svezia, il primo paese che ha costruito un esteso Stato Assistenziale, Allan Carlson ha osservato che l’effetto immediato è stato un brusco calo della fertilità, perché i costi dell’allevamento e dell’educazione dei figli sono rimasti “privatizzati” a carico delle famiglie, ma i vantaggi (la larga base demografica necessaria a finanziare lo Stato sociale) sono stati “collettivizzati”, cioè raccolti dalla società nel suo insieme: anche da coloro che non hanno generato figli né costituito famiglie.
In particolare è stato rilevato, fra gli altri dal Premio Nobel per l’economia Gary Becker, che i sistemi pensionistici pubblici incoraggiano la riduzione dei tassi di natalità, poiché i genitori diventano meno dipendenti dai propri figli per il sostegno negli anni della vecchiaia. Mentre un tempo tutte le risorse risparmiate rimanevano entro il gruppo famigliare, con i sistemi statali a ripartizione coloro che non fanno figli possono risparmiare consistenti spese per il loro allevamento, per poi incassare in vecchiaia i contributi versati dai (sempre più pochi) figli delle altre coppie, o dagli immigrati. Perdipiù chi interrompe l’attività lavorativa per allevare i figli viene penalizzato anche sul piano pensionistico, a causa dell’interruzione dei versamenti contributivi. Chi invece punta tutto sulla carriera e non sul famiglia avrà una pensione più alta. Il risultato è che i ricchi pensionati di oggi ricevono le loro pensioni dai figli…degli altri. Mentre chi genera questi figli preziosi per la società viene, in più, peggio retribuito in vecchiaia: e infatti le nascite sono crollate della metà da quando, proprio negli anni della contestazione e della Rivoluzione Culturale, sono stati istituiti i moderni sistemi di sicurezza sociale.
Statalismo centralista e progressismo culturale sono i due strumenti con i quali le istituzioni socialdemocratiche europee stanno condannando alla decadenza il tessuto morale e materiale dell’Europa. Tutti infatti si sono ormai accorti che il declino nella fertilità sta rendendo insostenibile il sistema di welfare, e che l’unico modo per mantenerlo in piedi è quello di importare massicce quantità di immigrati. Secondo un recente studio dell’ONU, l’Italia necessita addirittura di 2,2 milioni di immigrati all’anno per generare la base fiscale necessaria a sostenere la “spesa sociale”. È dunque prevedibile che gli immigrati del terzo mondo, con un alto tasso di fertilità, saranno destinati a diventare più numerosi degli europei autoctoni; e che per mantenere in piedi lo Stato assistenziale socialdemocratico gli europei saranno costretti a consegnare il destino della loro progenie nelle mani di una maggioranza di stranieri: proprio come accadde all’Impero romano, consumatosi per esaurimento quando lo statalismo burocratico, il fiscalismo e l’assistenzialismo del panem et circenses raggiunsero il culmine, insieme alla diffusione di una cultura libertina ed edonista e ad un crollo verticale della natalità.

2. Il risveglio del Profeta

Le crisi di una civiltà sono sempre rivelate da una sfida proveniente dall’esterno. Oggi l’Europa faticherebbe a riconoscere la propria crisi demografica, economica, culturale senza il catalizzatore rappresentato dalla sfida lanciata all’Occidente dall’islamismo radicale e da una epocale migrazione di masse musulmane nel Vecchio Continente. Da un certo punto di vista si potrebbe parlare, come hanno suggerito alcuni cattolici, di sfida “provvidenziale”, senza la quale gli europei sarebbero rimasti nel proprio torpore invece di affrontare la realtà e prendere le adeguate contromisure. Che il Profeta si sia risvegliato, infatti, non ci può essere dubbio alcuno: bastano i dati demografici a testimoniarlo. Dall’inizio del XX secolo a oggi, mentre gli europei si autoeliminavano con due guerre mondiali, gli stermini dei totalitarismi e, a partire dalla “Rivoluzione sessuale” degli anni Sessanta e Settanta, semplicemente cessando di riprodursi, i fedeli di Allah nel mondo, ridestandosi da un plurisecolare letargo, sono passati da 150 milioni a un miliardo e 200 milioni. Mentre i cristiani dell’Europa e dell’America settentrionale hanno abbracciato la mentalità secolare di zero, uno o al massimo due figli, le società islamiche sono rapidamente cresciute di numero. Se gli attuali trend demografici continuano (e non vi è ragione per pensare il contrario) l’Europa si ridurrà nel 2050 ad avere solo il 7,5 percento della popolazione mondiale, contro il 22 percento del 1950. Nello stesso tempo, i paesi con le popolazioni più giovani saranno quelli musulmani: Arabia Saudita, Pakistan, Afghanistan, Yemen e Iraq. Le proiezioni prevedono che nel 2050 i musulmani rappresenteranno il 30 percento della popolazione mondiale, mentre i cristiani saranno il 25 percento. Nel 1900, invece, solo 12,4 percento della popolazione mondiale era musulmana, mentre i cristiani erano il 27 percento.
L’Islam è la fede dominante in più di cinquanta paesi che si estendono dal Marocco all’Indonesia, e il numero dei musulmani nel mondo ha un tasso di crescita più rapido della popolazione mondiale nel suo intero. Tra le grandi religioni l’Islam è quella caratterizzata dai ritmi di espansione più alti: cresce ad una velocità che per numero di fedeli è 21,5 volte superiore a quella cui si espande il cristianesimo. Nel 2000 per la prima volta ci sono più musulmani che cattolici nel mondo. In Africa per ogni persona che si converte al cristianesimo, sette si convertono all’Islam, mentre in Asia stanno avanzando anche nei bastioni storici del cattolicesimo come le Filippine. In Europa, dove l’islam ha sostituito l’ebraismo come seconda religione del continente, le chiese si svuotano mentre si riempiono le sempre più numerose moschee. Nell’Unione Europea ci sono circa 15 milioni di musulmani, molti dei quali in Francia (5 milioni), Olanda (il sei percento circa della popolazione), Germania e Inghilterra. Negli Stati Uniti il numero dei musulmani, storicamente ininfluente, ha raggiunto quello degli ebrei e superato quello dei presbiteriani. Qui oltretutto la conversione all’Islam di personaggi noti dello sport (Cassius Clay, Mike Tyson e diversi giocatori di basket come Kareem Abdoul. Jabbar) e dello spettacolo (come Cat Stevens) ha dato alla religione musulmana una patina attraente, che non è stata scalfita neanche dagli avvenimenti dell’11 settembre. In Canada è allo stadio avanzato la proposta di permettere alle famiglie musulmane, in omaggio al multiculturalismo, l’applicazione della sharia, la legge islamica, al posto del diritto di famiglia nazionale.
In Medio Oriente il piccolo Stato di Israele è destinato ad essere demograficamente sommerso dai vicini musulmani. Nei prossimi vent’anni la popolazione israeliana crescerà di 2,1 milioni (da 6,2 a 8,3 milioni) ma nei paesi confinanti crescerà di ben 62,2 milioni: la Giordania passerà da 6,7 a 12,10 milioni; l’Egitto da 68,5 a 95,6 milioni; la Siria da 16,1 a 26,3 milioni; il Libano da 3,3, a 4,4 milioni; l’Arabia Saudita da 21,6 a 40 milioni. Ma sarà soprattutto all’interno dei confini di Israele che si giocherà la partita decisiva, dato che i palestinesi, con un tasso di fertilità di 4,5 figli per donna (e di ben il 6,6 a Gaza e il 5,5 percento in Cisgiordania), saranno 16 milioni nel 2025 contro soli 6 milioni di ebrei, fino ad arrivare a 25 milioni di palestinesi contro 7 milioni di ebrei nel 2050. Se la demografia è il destino, la sorte di Israele è già segnata, quali che saranno le decisioni politiche dei suoi governi. Come già la Rhodesia e il Sudafrica, Israele sembra destinato a rappresentare la metafora e il microcosmo del destino dell’Occidente nel suo insieme.
L’aumento della presenza musulmana nelle società europee ne affievolirà i tradizionali caratteri culturali: non solo politici, economici, religiosi, ma anche letterari, artistici, musicali, architettonici, culinari, paesaggistici, linguistici, dell’abbigliamento; e le avvicineranno, interiormente ed esteriormente, sempre più alle società africane e medio-orientali di provenienza: come già avvenuto nei quartieri di Marsiglia, di Genova o della periferia di Parigi abitati in maggioranza da musulmani. La possibilità di integrazione delle masse musulmane nelle società europee, cioè l’europeizzazione dei musulmani, non sarà così facile come i cantori del multiculturalismo vogliono farci credere, anche perché non vi sono esempi del genere nella storia. Ovunque l’Islam sia riuscito ad insediarsi, ha sempre mirato ad imporsi politicamente. Scommettere sul successo di quello che è stato chiamato “euro-islam”, cioè un islam laicizzato, “tollerante” e ridotto sostanzialmente alla dimensione privata come il cristianesimo attuale, potrebbe essere azzardato, perché l’islam è per definizione una religione “totalitaria” dove la legge religiosa determina la legge civile e gestisce la vita privata e sociale di chiunque vive in un contesto musulmano. Per questo motivo la convivenza con chi non appartiene alla comunità islamica è sempre risultata difficile, dato che in un paese islamico il non musulmano dovrà sottomettersi al sistema musulmano, o vivere in una situazione di sostanziale intolleranza; d’altra parte, in Occidente o nei paesi non islamici il musulmano avrà difficoltà ad adattarsi alle leggi civili di questi paesi, ritenendole qualcosa di estraneo alla sua formazione e ai dettami della sua religione. L’euro-islam sarebbe dunque una religione completamente differente dall’islam storico, così come è stato vissuto da sempre dai musulmani.
Per rassicurare gli europei in vista di una non improbabile futura islamizzazione del Vecchio Continente gli intellettuali progressisti amano ricordare la tradizione di tolleranza islamica, che però ad un’analisi più accurata potrebbe rivelarsi niente di più di un altro mito “politicamente corretto”. Per secoli, si dice, i non islamici (o quantomeno i “popoli del libro”, cristiani ed ebrei) hanno potuto convivere liberamente nei territori musulmani: perché allora lo stesso non potrebbe accadere oggi, nei paesi musulmani o in una futura Europa a maggioranza islamica? In verità la condizione di dhimmi attribuita alle “minoranze protette” in terra d’islam, lungi dal garantire una pacifica tolleranza, è stata spesso così umiliante ed opprimente da risultare invivibile. L’idea di dhimmitudine, ha oservato Sandro Magister, è uno dei più duraturi successi d’immagine dell’islam. I dhimmi non erano minoranze protette. Erano, in origine, maggioranze numericamente schiaccianti, passate sotto il dominio di nuovi conquistatori. Erano le fiorentissime cristianità dei padri della Chiesa, di Agostino, di Atanasio, di Basilio: erose, smantellate, progressivamente distrutte con sapiente e implacabile macchinario giuridico e militare, dopo averne spremute tutte le risorse di cultura e ricchezza. Gli atti dei martiri cristiani raccontati da Camille Eid nel libro A morte in nome di Allah sono l’altra faccia di questa deliberata, sistematica cancellazione della fede cristiana, e testimoniano quattordici secoli di continuo martirio cristiano in terra d’islam. Se su molte di queste storie era caduto l’oblio, era anche perché i loro correligionari per primi vi avevano steso sopra un velo, per ragioni di sopravvivenza nel loro statuto di dhimmi.
Cosa potrà succedere in Europa quando i musulmani, verso la metà del secolo, saranno centinaia di milioni? Una cosa è poca ma sicura: certamente non rimarranno tranquilli a farsi dissanguare per tenere in piedi uno Stato Sociale utile solo per assistere e mantenere legioni di anziani (e forse disprezzati) europei senza figli, come in cuor loro sperano i politici europei. Lo storico inglese J.E. Fround ha osservato che “se dieci uomini credono in qualcosa così fortemente da essere disposti a morire per essa, e se venti uomini credono così fortemente ad un’altra cosa da essere disposti a votare per essa, i dieci imporranno la propria legge ai venti”. Sarebbe dunque imprudente escludere, tra gli scenari futuri, quello della guerra di religione o del conflitto di civiltà combattuto sul suolo d’Europa. Il rischio è che a fronteggiarsi si troveranno da un lato gli europei invecchiati, ridotti di numero, spiritualmente fiaccati dalle tutele assistenziali, rovinati economicamente dal crollo degli insostenibili welfare state, demotivati e inebetiti da decenni di propaganda “politicamente corretta”; e dall’altro masse di giovani musulmani, combattivi ed esaltati, desiderosi di rivincita dopo secoli di sconfitte. Se questo è il futuro, l’esito dello scontro è già segnato.
Anche Michael Novak ha fatto notare, di recente, che l’Europa sta morendo per mancanza di un numero sufficiente di nuovi nati: «L’Europa non si sta moltiplicando bensì restringendo. È come se le giovani donne dell’Europa pensassero: se la vita è del tutto priva di significato, perché moltiplicare il dolore? In un mondo dominato dal relativismo, inoltre, vantarsi non ha senso. Se tutto è assurdo, tutto ciò che l’Europa ha raggiunto non conta nulla. Tutto quello che rimane è il “multiculturalismo”, altro termine dietro al quale si nasconde l’autodisprezzo. Tutto è assurdo: punto e basta. Per quale motivo allora dovrebbe contare qualcosa la vita stessa? Tuttavia c’è ancora un folto gruppo di europei a giudizio dei quali la vita ha un significato, uno scopo e una direzione: si tratta della grande fiumana di musulmani che continua a penetrare legalmente in Europa. Questi musulmani annientano in silenzio e dall’interno l’inutile welfare state, semplicemente con il loro ottimismo e i loro elevati tassi di natalità. Ciò che non sono riusciti a conquistare con la forza delle armi nel 1565 a Malta, nel 1571 a Lepanto, o nel 1683 alle porte di Vienna, ora lo stanno ottenendo quasi senza incontrare alcuna opposizione grazie alla loro fede in una pienezza di significato della vita, che gli assicura un decisivo vantaggio sulla dottrina, dominante in Occidente, secondo la quale la vita è priva di senso».
Davanti a questa scenario vanno forse riconsiderate le troppo ottimistiche analisi degli studiosi occidentali, incentrate su una presunta “crisi dell’islam”. L’impressione, invece, è che il mondo islamico non sia in crisi, ma stia scoppiando di troppa salute. Gli islamici non sembrano affatto frustrati, depressi e risentiti, ma fin troppo entusiasti: quando mai nella storia la presenza dell’islam è stata tanto significativa in Europa e nell’America? Quando mai nella storia, se non risalendo all’epoca precedente alla sconfitta di Poitiers nel 732, gli islamici hanno intravisto la possibilità di islamizzare l’Europa entro qualche generazione? È questa fiducia nel futuro e in se stessi che li porta a fare molti figli e a diffondere la propria cultura. I musulmani di oggi sembrano aver ereditato lo stesso spirito degli europei dei secoli passati, che colonizzavano terre e continenti, e che oggi - invecchiati, rinchiusi in se stessi e amanti solo della tranquillità e della sicurezza garantita dallo Stato Sociale - sembrano aver perduto.

3. Sconfiggere la cultura della morte

L’Occidente rimane ancora nettamente in vantaggio per quanto riguarda la scienza, la tecnologia, l’economia, l’industria, l’agricoltura, gli armamenti e le libertà individuali. Tuttavia il mondo islamico conserva qualcosa che l’Occidente ha perso: il desiderio di avere figli e di espandere le proprie famiglie, la propria civiltà, la propria cultura, la propria fede. Patrick Buchanan ha osservato che la militanza, il martirio e una certa dose di “intolleranza” sono i segni delle religioni in ascesa e delle cause conquistatrici. I primi cristiani, che accettavano la morte piuttosto che incensare l’imperatore, in breve tempo abbatterono gli dei romani. Non erano molto ecumenici o relativisti. Il cristianesimo che conquistò il mondo non era una fede timida, e i suoi custodi non pensavano che tutte le religioni fossero uguali. Una era vera; tutte le altre erano false. Se l’Occidente vuole continuare a sopravvivere – conclude Buchanan - farebbe bene a ritrovare la fede combattiva della propria giovinezza.
È stata questa fede in se stessi e nella propria civiltà che ha portato gli europei dei secoli passati alle più grandi realizzazioni. Il sociologo americano Charles Murray, al termine di una ponderosa indagine, è arrivato alla conclusione che la quasi totalità delle grandi creazioni artistiche e scientifiche dell’umanità, nel periodo che va dall’800 avanti Cristo al 1950 dopo Cristo, sono state prodotte dagli europei. In questo periodo l’Occidente ha prodotto il 97 percento dei più importanti scienziati e il 74 percento dei migliori artisti e autori. Nell’epoca che va dal 1400 al 1950 il 72 percento delle figure significative nelle arti e nelle scienze proviene da soli quattro paesi: Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia! Ma com’è stato possibile che l’Europa, il continente più piccolo del globo, sia stato quello che ha avuto il maggiore sviluppo e successo in tutti campi? Gli storici e gli economisti hanno indagato a fondo per spiegare le ragioni di questo “miracolo europeo”, individuandole soprattutto nella particolare conformazione politica pluricentrica priva di un potere centralizzato, che ha caratterizzato la storia europea fin dal Medioevo, e nella conseguente maggiore sicurezza dei diritti di proprietà e delle libertà di commercio.
Ma perché l’Europa Occidentale, a differenza di quasi tutte le altre civiltà, ha evitato il dispotismo burocratico e la stagnazione? Forse vi sono ragioni più profonde, di tipo culturale. Murray ipotizza che il fattore determinante di questa vitalità e di questo progresso sono state e continuano ad essere le sue radici cristiane. Mentre le filosofie e le teologie orientali pensano che la vita non abbia importanza, che rappresenti solo un momento di un ciclo e che è più fonte di dolore che di piacere, il cristianesimo crede che esprimere se stessi, creare bellezza e scoprire mediante la scienza il disegno divino dell’universo piaccia a Dio (per contro, la teologia islamica condanna come bestemmia ogni ricerca di leggi naturali che possano limitare l’arbitrio e il capriccio di Allah). Questa vocazione religiosa degli europei ha generato una mentalità favorevole al dinamismo permanente, che ha finito con il coinvolgere il mondo intero. Oggi la specie umana è sostanzialmente il risultato di quello che hanno realizzato in una mezza dozzina di secoli gli abitanti di quella piccola porzione nord-occidentale del continente eurasiatico, perché la stessa esistenza in vita di miliardi di persone nel Terzo Mondo è stata resa possibile solamente dal progresso tecnico-scientifico diffuso ovunque dagli europei. Murray ravvisa tuttavia l’esistenza di un declino nelle società occidentali XX secolo, a causa della perdita delle convinzioni forti che davano un significato trascendente alla vita: le grandi realizzazioni umane possono fiorire solo da una cultura nella quale le persone con maggior talento credono che la vita abbia un significato e che scopo della vita sia quello di portarlo a compimento. Darwin, Nietzsche e Freud hanno però aperto la strada al nichilismo e al relativismo, e invece della vibrante visione di uno Shakespeare o di un Dante, gli artisti e gli intellettuali del XX secolo, come Camus o Sartre, hanno perlopiù concepito la vita come qualcosa di deprimente e senza senso. Difficilmente però una cultura nichilista può produrre qualcosa che abbia valore duraturo.
La corsa dell’Occidente sta giungendo alla fine? I trend economici, culturali e demografici sembrano dimostrarlo impietosamente, ma rimane aperta tuttavia una prospettiva di speranza. Secondo Murray gli occidentali hanno vissuto, dall’Illuminismo fino al XX secolo, in una sorta di periodo adolescenziale, privati delle confortanti sicurezze dell’infanzia ma esposti a nuove complesse visioni del mondo. Come tutti gli adolescenti, gli europei degli ultimi secoli hanno reagito in maniera presuntuosa e senza giudizio, convinti che le loro nuove conoscenze invalidassero tutto quello che proveniva dal passato. L’adolescenza tuttavia è una fase temporanea, e crescendo i giovani iniziano a rendersi gradualmente conto di quanto i genitori e i progenitori fossero in realtà più saggi di loro. La riscoperta e la valorizzazione della Grande Tradizione Occidentale, allora, può essere vista anche come una doverosa uscita dalla fase adolescenziale che ha caratterizzato la storia recente dell’Occidente.
Oggi infatti l’Occidente, come ha osservato Kenneth Minogue, è composto da due elementi distinti e reciprocamente ostili: quello storico e quello razionalista. L’Occidente “storico” è quello costituito dalla civiltà cristiana europea, sorta dal mondo della Grecia antica e di Roma e confluita nella cultura del mondo moderno. Questo tipo di cultura può essere osservata nelle chiese e nelle cattedrali dei paesi occidentali, nell’arte, nella musica e nella letteratura che abbiamo ereditato, in tutte le sue varianti nazionali, nonché nello sviluppo economico, nell’archeologia e nelle scienze sperimentali. È una civiltà che ha affascinato il mondo per la sua creatività e la sua libertà. C’è però un secondo Occidente, quello razionalista, che discende dal “progetto illuminista” e viene spesso identificato in termini di post-cristianità. Esso si basa sulla premessa che intorno al XVIII secolo è emersa la ragione universale che ha cominciato a liberare l’umanità dalle secolari piaghe della magia, della religione e della superstizione. È sbocciato intorno alla dottrina dei “diritti” umani (anche assistenziali), e oggi può contare su una nutrita burocrazia internazionale, i cui agenti negli Stati nazionali sono spesso le Ong. Agli avvocati è stato offerto di diventare i suoi teologi, perché esso è un movimento secolare che promuove la legge e l’ordine universali. I cristiani sono stati assorbiti al suo interno grazie alla teologia della liberazione e all’ecumenismo. Le università del mondo occidentale sono diventate in larga misura i suoi seminari e la sua etica è quella dell’anti-discriminazione e del “politicamente corretto”. La sua presenza è praticamente universale tra professori, burocrati e giornalisti. È questo secondo Occidente che attira l’ostilità del mondo islamico, da un lato perché questa missione “razionalista” minaccia la legge e i costumi islamici, e dall’altro perché l’Islam individua nella liberazione del razionalismo la causa del secolarismo e della licenziosità che rende decadente l’Occidente. Non a torto, l’islam vede la cultura atea, materialista ed edonista diffusa nell’Occidente di oggi come una minaccia per la propria stessa civiltà, avendo compreso che se il modello sociale e demografico europeo diventasse normativo in tutto il mondo, l’umanità nel giro di pochi secoli si estinguerebbe. Come ha notato lo storico Ernst Nolte, «se l’Occidente prosegue il cammino degli ultimi cento anni, sparirà dal mondo nel giro di altri cento anni», e le altre civiltà possono non essere disposte a seguire una civiltà in via di sparizione lungo questa china mortifera.
Occorre dunque che l’Occidente si purghi da quella mentalità che Giovanni Paolo II ha definito, nell’enciclica Evangelium Vitae, “cultura della morte”. Questa cultura respinge l’idea cristiana della dignità assoluta e del valore infinito della persona in quanto unica, irripetibile e fatta ad immagine del Creatore. Al suo posto vuole sostituirvi una concezione di individuo spersonalizzato: un essere materiale che è il risultato di forze naturali cieche e indifferenti. La persona viene così ridotta ad un rango subumano, cioè allo status di un mero animale se non peggio: ad un oggetto sorto dalla fortuita combinazione di elementi chimici. Il risultato di questa concezione dell’uomo è una cultura, dominante nell’attuale Occidente secolarizzato, che non solo ammette ma esalta e promuove l’aborto, il controllo delle nascite, l’eutanasia, l’eugenetica, gli esperimenti sugli embrioni, il libertinismo, il divorzio, l’omosessualità, il consumo di droghe, la sfrenata ricerca edonistica del piacere, l’occultismo, l’esaltazione degli istinti più bestiali: e tutto questo non solo nelle leggi, ma anche nella letteratura, nella musica, nell’arte, nello spettacolo. A poco a poco, a conferma del fatto che la rivoluzione sessuale, vedendo i figli come degli inconvenienti da evitare, è inseparabile dalla cultura della morte, si è passati dalla giustificazione della contraccezione all’aborto solo nei casi estremi, all’aborto come “diritto” garantito e sussidiato, all’infanticidio, giù giù fino all’eutanasia.
Nelle sue ultime più mostruose manifestazioni, l’eutanasia praticata in Olanda dai medici sui bambini, si nota come questa cultura consideri come “conquiste di civiltà” tutte quelle pratiche, come l’infanticidio, che erano invece tipiche delle antiche epoche pagane. Pur spacciandosi come “progressista”, l’attuale cultura secolare sta riportando l’Occidente ai secoli oscuri, prima che iniziasse l’opera civilizzatrice della Chiesa tendente a screditare o ad abolire gli aspetti peggiori della cultura pagana. Naturalmente il ritorno delle culture pre-cristiane in Occidente non è avvenuto da un giorno all’altro, ma per gradi, grazie all’influsso di una serie di pensatori che hanno respinto l’eredità cristiana per abbracciare le cosmologie materialiste sorte nell’antica Grecia (particolarmente quella di Epicuro), riportate in auge nel periodo rinascimentale e attualmente dominanti in Occidente sotto le più scientifiche vesti del darwinismo evoluzionistico.
Scorrendo il pensiero occidentale degli ultimi due secoli è possibile individuare i nomi più significativi degli “architetti della cultura della morte” che hanno contribuito a formare la cultura secolarizzata di oggi: gli amorali adoratori della Volontà come Arthur Schopenauer, Max Stirner e Friedrich Nietzsche; gli evoluzionisti fautori dell’eugenetica come Charles Darwin, Francis Galton e Ernst Haeckel; gli edificatori di utopie totalitarie anticristiane come August Comte, Karl Marx e Friedrich Engels; gli esistenzialisti atei come Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Elisabeth Badinter; gli esaltatori del piacere come Sigmund Freud, Wilhelm Reich, Herbert Marcuse e Helen Gurley Brown; le femministe nemiche della famiglia e della procreazione come Margaret Sanger, Betty Friedan e Judith Jarvis Thomson (la più importante teorica dell’abortismo); i fautori della “liberazione” sessuale come Margaret Mead, Alfred Kinsey, Clarence Gamble e Alan Guttmacher; gli ambientalisti malthusiani come Dennis e Donella Meadows, Paul Ehrlich e Lester Brown; i dispensatori di morte come Derek Humphry (teorico del suicidio), Jack Kevorkian (il famoso dottor-morte responsabile di 130 casi di eutanasia dal 1990 al 1998) e Peter Singer (il filosofo animalista e darwinista morale sostenitore dell’infanticidio e della soppressione dei disabili).

4. Dall’America una speranza per la rinascita della civiltà europea

Se, come abbiamo visto, statalismo politico e progressismo culturale sono le cause della decadenza europea, la soluzione alla crisi potrà venire solo da una “controrivoluzione” che miri alla massima destatalizzazione sul piano politico ed economico, e alla promozione di una cultura cristiana, conservatrice e tradizionale sul piano sociale. Negli Stati Uniti è proprio questo l’obiettivo che, dopo un secolo di continue ritirate davanti all’avanzata progressista, si sono posti i movimenti culturali conservatori e libertari (o meglio paleolibertarian), in uno sforzo di combinare un radicale liberalismo nel campo politico ed economico con un altrettanto deciso tradizionalismo nel campo culturale.
Che la battaglia culturale in favore delle radici cristiane debba essere combattuta parallelamente alla destatalizzazione della società ne sono convinti anche Pera e il cardinale Ratzinger, che hanno individuato nelle “chiese libere” in competizione dell’America un modello capace di costituirsi come determinante forza culturale e di plasmare i valori della società europea trasmettendoli in quella lunga catena che va dall’individuo alla famiglia ai gruppi alle associazioni alle comunità alla società civile, senza passare per i simboli dei partiti, i programmi dei governi, la forza degli Stati.
Oggi l’America, sul piano culturale, appare infatti un paese in controtendenza rispetto al resto del mondo sviluppato. Dopo essere stata all’avanguardia, a partire dagli anni Sessanta, nella rivoluzione dei costumi, oggi gli americani sembrano voler tornare al rigore, alla famiglia, alla disciplina, alla morale, come dimostrato dalla grande importanza che hanno avuto i temi morali nella seconda rielezione del presidente Bush, rispetto all’economia o alla politica estera. Un esempio caratteristico di questo fenomeno è la vasta contro-rivoluzione sessuale in atto: se nel 1964 la rivolta universitaria di Berkeley aveva segnato l’inizio della rivoluzione sessuale che si diffuse poi rapidamente per tutto il mondo, insieme alla musica rock, al consumo di droghe e alla moda hippy, culminando in vere e proprie orge collettive come quella del festival di Woodstock nel 1968, oggi sono in rapida crescita i movimenti in favore della castità, della fedeltà matrimoniale, della decenza nel vestire. Intimamente legato al movimento per la vita, questo fenomeno sta divampando soprattutto tra i giovani dei campus. Negli Stati Uniti, dove vige la legge del divorzio incolpevole decretato su richiesta dopo soli sei mesi di separazione, per sottrarre la propria vita privata al monopolio normativo degli Stati divorzisti e abortisti gruppi giovanili sempre più numerosi chiedono, e spesso ottengono, la possibilità di contrarre un matrimonio indissolubile molto simile a quello cattolico, detto covenant marriage: un matrimonio inteso e pattuito come relazione per tutta la vita, che può anche prevedere restrizioni concordate alla possibilità di ricorso all’aborto. I suoi promotori più convinti, ha spiegato lo psicologo Claudio Risé, sono i gruppi giovanili libertari, favorevoli alla possibilità di organizzare la propria sfera di intimità secondo i propri desideri e convinzioni, e i gruppi cattolici. Tutti costoro vedono una sorta di imposizione totalitaria nell’obbligo, imposto dalle legislazioni divorziste, di aderire a quella diffusa mentalità, originata secondo Giovanni Paolo II dal nichilismo, secondo cui non si deve più assumere nessun impegno definitivo, perché tutto è fugace e provvisorio.
L’ossessivo e quasi patologico antiamericanismo diffuso in Europa sembra avere allora le stesse caratteristiche dell’ostilità furibonda che i movimenti rivoluzionari hanno sempre riservato a chi cerca di contrapporsi ad essi. L’hanno provata la Spagna nel Cinquecento, i gesuiti nel Settecento, l’impero asburgico nell’Ottocento. Oggi gli Stati Uniti possono portarsi alla testa di un nuovo spirito liberale, cristiano e conservatore, che riesca dove non sono riusciti i suoi predecessori a fermare quell’ondata rivoluzionaria che nel corso degli ultimi secoli, passando attraverso convulsioni, distruzioni e guerre, ha portato la civiltà occidentale all’attuale situazione di crisi. Il fatto che gli Stati Uniti tendano ad anticipare di qualche decennio quanto avviene in Europa, fa ben sperare per una rinascita morale, spirituale, culturale e demografica della civiltà europea.

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