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IL POLITICAMENTE CORRETTO NELL'IMMAGINE



L'imposizione del Politicamente Corretto prevede la forzatura della rappresentazione del femminile e  della visibilità dell'opera femminile in tutti i campi della vita in quanto impone che le donne non appariano mai subordinate agli uomini,  mai siano o sembrino seconde, mai figurino dalla parte del male, dell'errore e del torto se non dietro evidenti motivazioni sociali e storiche che ne rimandino la causa alla cultura, alla mentalità e quindi al patriarcato, al maschilismo e cioè agli uomini. Il "politicamente corretto"  impone la parità di trattamento. Si tratta di una parità del tutto apparente perché nasconde la totalità del male invisibile causato dalle donne mentre ne mette in luce solo gli aspetti positivi. Per farla breve il "politicamente corretto" dice: nel bene fifty-fifty (...suppergiù), nel male solo gli uomini.

Quanto alla visibilità, alla valorizzazione dell'immagine estetica - in senso lato - esso impone la medesima parità  negando la celebrazione permanente, ossessiva, capillare ed universale  che tutti i media occidentali fanno della donna sia attraverso la pubblicità sia direttamente con la raffigurazione permanente del corpo femminile anche senza fini pubblicitari. Questo fatto viene negato rovesciandone il senso e denunciato come  "cultura della donna oggetto", secondo cui il corpo femminile viene strumentalizzato a fini di pubblicità. Scambiando lo scopo (la promozione del prodotto) con l'effetto (la presenza, la visibilità pubblica, la valorizzazione, la celebrazione) si nega che la pubblicità sia uno strumento di promozione permanente del genere  femminile. Scambio e negazione quanto mai utili.

Se divento testimonial di uno spot quello spot mi rende famoso, mi celebra e mi esalta,  e come è vero che io pubblicizzo un prodotto (sono "strumentalizzato") così è vero che quella pubblicità pubblicizza me stesso.  La pubblicità mi rende famoso, tant'è vero che, se non sono famoso o popolare e lo voglio diventare, devo farmela e pagarmela.

Se è vero che le campagne elettorali si fanno diffondendo la propria immagine, allora le donne, attraverso la pubblicità (e non solo),  sono in una permanente campagna elettorale di dimensioni colossali, una campagna promozionale ininterrotta, sistematica, capillare ed ovviamente gratuita. E' giunta l'ora di  vedere che la pubblicità tanto "usa" le donne quanto viene usata da esse per la propria pubblicizzazione. Il corpo femminile è un testimonial e questo indica appunto che è un valore, il valore estetico, il quale, proprio perché rappresentato permanentemente, cresce di valore. Fare da testimonial non mi svaluta, al contrario, mi valorizza.

Si nega l'effetto reale e cioè la reale celebrazione, la reale glorificazione della donna, esaltata ogni giorno in una fantasmagoria di immagini del genere femminile che, se dovesse essere pagata, costerebbe alle donne occidentali centinaia di migliaia di miliardi ogni anno. La si nega e la si rovescia in un capo di imputazione contro gli uomini.

A tutto questo si deve aggiungere, secondo il "politicamente corretto", una rappresentazione "paritaria" dei due generi in tutte le altre occasioni pubbliche, in tutte le rappresentazioni istituzionali. La celebrazione permamente non basta, ed infatti noi sappiamo che non basta e sappiamo anche perché...

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Linguaggio "inclusivo"

Si chiama vocabolario inclusivo quello che ricomprende sotto uno stesso termine entrambi i generi, ossia sostantivi come paziente, portalettere, dirigente, insegnante, utente, comandante come anche ministro, capo, autista, pedone, sentinella, etc.. Qui è già il vocabolario in sè - come si è storicamente formato - a non fornire (attualmente) termini diversi per F ed M.
Si chiama invece linguaggio inclusivo il semplice uso che facciamo di termini "maschili" anche nei casi in cui sarebbere disponibile la forma femminile, come scrittrice,  spettatrice, campionessa, studentessa, etc... Di fatto ciò accade solo al plurale quando si usa il "maschile" per indicare però entrambi i generi: "Gli atleti italiani alle Olimpiadi", "I morti sulla strada" etc.

A rovescio, si chiamano vocabolario e linguaggio  disgiuntivi (o non-inclusivi) quel vocabolario e quel linguaggio in cui esiste e in cui si usano le forme separate, in cui si distingue tra i due generi (come nel caso dello Statuto del PRC o del titolo dello "Statuto delle studentesse e degli studenti" sopra citati).

Qual è quello "buono" e quale quello "cattivo"?

E' qui che sorgono i problemi, perché, come in molti altri casi quando si ha a che fare con il Femminismo, anche in questo la situazione è caotica. Ma non è caotica per caso.

Negli Usa infatti il linguaggio inclusivo è 'politicamente corretto' mentre in Italia, come abbiamo visto,  la situazione è fluida ed autocontraddittoria. .

Qui infatti il linguaggio inclusivo viene condannato ed al tempo stesso usato (1) e viceversa auspicato e contestualmente rifiutato (2 e 3) persino da quelle stesse femministe che lo condannano o viceversa lo approvano. Il come ed il perché (apparente) li abbiamo visti sopra. Il perché vero lo sappiamo ed è stabilire la regola di volta in volta con tutte le conseguenze a carico dei maschi che questa ennesima non-regola comporta. In sostanza in Italia è possibile sentire al tempo stesso la lode e la condanna del linguaggio inclusivo.

Negli Usa invece  vi è più omogeneità (le femministe americane si sono quasi "messe d'accordo"), ma era un fatto obbligato dalla struttura della lingua inglese. Ecco alcuni esempi.
Tutti i composti con -man sono ovviamente out, così sono proibiti airman, anchorman, businessman, cameraman, chairman, fireman, fisherman, foreman e  giù sino a watchman e workman. Poi ci sono le parole che includono father (es. fatherland,  forefathers) o brother (brotherhood) che sono parimenti proibite.
Ma anche i termini femminili vanno aboliti: hostess deve fare host, housewife diventa homemaker o householder. Questo ovviamente dipende dal semplice fatto che la terminazione dei vocaboli (sostantivi, aggettivi o participi) inglesi non indica il genere, perciò, tolti i composti, tutto il lessico diventa a-generico (ossia "neutro"),  insomma inclusivo.

In Italiano  invece la situazione è più complessa. Compatriota, giornalista, civilista, autista,  non dicono nulla sul genere, come pure giapponese (svedese etc.),   preside,  portalettere, rappresentante e molti altri participi presenti divenuti sostantivi come, commediante, nullafacente, benestante, sapiente etc.. Altri però hanno il femminile, come ad es.  studente che ha studentessa.
Ma comandante potrebbe avere comandantessa? Forse si, come uccisore potrebbe avere uccisora, e assessore assessora.
Dirigente non ha ancora dirigentessa, come ragioniere, non ha ragioneressa e droghiere non ha droghieressa (o droghiera) ma potrebbero averli, cacofonie a parte.

Tutti gli altri sostantivi (relativi o riferibili alle persone) e che costituiscono la maggior parte del lessico, indicano il genere (impiegato/a, operaio/a, assassino/a,  etc.). Ma in italiano la vera fregatura è la presenza dell'articolo che sempre lo indica: il (lo) e la non possono essere sostituiti né evitati (mentre ad es. l'inglese "the" non dà problemi).

In questa complessità trova gioco facile ogni tipo di soluzione: il capo, la capo, la capa, (la capessa?),  lo scrittore, la scrittore, la scrittrice,  la scrittora. Il presidente,  la presidente,  la presidentessa, ma anche (perché no?) la presidenta.

...(continua)...

Una prima cosa da notare è che l'introduzione di un nuovo termine al femminile è lecito alle donne ma non agli uomini. La Turco si fa chiamare ministra, ma se fosse stato un maschio a denominarla in quel modo il termine sarebbe stato bollato come derisorio, irridente e perciò oltraggioso.
Chi non ci crede può tentare (a suo rischio e pericolo) di chiamare capessa, o amministratora una donna che ricopra simili cariche.

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Stranezze.
Hai notato che l'utero è maschile? Anche il seno lo è. La prostata invece è femminile.

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